venerdì 5 maggio 2023
Il capo della milizia Wagner minaccia di ritirarsi da Bakhmut se non riceverà più munizioni. Una prova di forza che sembra fare emergere uno scontro tra poteri a Mosca. Ma la nebbia avvolge la crisi
Evgheny Prigozhin

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La guerra in Ucraina è arrivata al 436° giorno e vede ulteriori segni di debolezza (almeno apparente) del fronte militare russo, che vanno interpretati in una fase fluida e confusa della crisi nel cuore dell’Europa. Il fatto più rilevante è l’ultimatum lanciato da Evgheny Prigozhin ai vertici del suo Paese. Il capo della milizia di mercenari Wagner ha infatti minacciato di ritirare i suoi uomini dal fronte di Bakhmut il prossimo 10 maggio a causa della mancanza di munizioni, che reclama da settimane.

Nel video diffuso via social media, Prigozhin - già molto vicino al presidente Putin e ora presenza ingombrante ma necessaria per il Cremlino - si mostra in piedi di fronte ai corpi di dozzine di quelli che sostiene essere combattenti uccisi nella battaglia per la città mineraria del Donbas e lancia una sfida aperta, piena di volgarità e imprecazioni, alla leadership militare russa. "Shoigu (ministro della Difesa, ndr), Gerasimov (Capo di Stato Maggiore, ndr) dove sono le munizioni?", urla il fondatore della milizia. "Il sangue è ancora fresco", accusa poi, indicando i corpi dietro di sé. "Sto ritirando le unità da Bakhmut perché con la mancanza di munizioni sono destinate a una morte insensata", dice rivolgendosi anche al “Comandante in Capo Vladimir Putin e al popolo russo".

Difficile dire quale sia il reale scopo del duro sfogo di Prigozhin, certamente non un fine diplomatico, e sembra improbabile un ritiro della Wagner dal fronte di Bakhmut lasciando sole le forze regolari di Mosca a reggere l’urto del tentativo di contro-avanzata ucraina. Non va però dimenticato come la città che i comandi russi vogliono conquistare a ogni costo stia perdendo peso strategico e anche simbolico alla luce delle recenti azioni militari sul Cremlino con relative risposte contro Kiev, ben più significative sul piano dell’immagine.

Di certo, il duello intestino nel fronte dell’aggressore accresce il senso di sfilacciamento e di fragilità, dopo il colpo subito dal sorvolo di droni nel centro della capitale. Non pare che l’arsenale di Mosca sia privo di munizioni – un problema che sembra riguardare maggiormente alcuni Paesi europei compresa l’Italia – né si comprende perché i vertici politici debbano mettere a rischio l’assedio di Bakhmut su cui tanto si è “investito”, soprattutto in vite umane sacrificate. C’è uno scontro che sta salendo alla superficie tra i centri di potere russi, che nemmeno Putin riesce a controllare? Un’ipotesi ancora da suffragare con prove più certe. Un elemento in più viene dalla notizia, riferita dalla Cnn, che l'ex vice ministro della Difesa Mikhail Mizintsev si sarebbe unito al gruppo mercenario come vice comandante. Mizintsev, soprannominato 'il macellaio di Mariupol', era stato sollevato domenica scorsa dal suo incarico.

In questa luce, anche il raid sul Cremlino potrebbe essere letto come un evento “interno”, frutto del braccio di ferro in corso. In realtà, il mistero per ora sembra restare fitto. Non si può non considerare la pista ucraina dell’attacco dimostrativo per svelare la debolezza dell’apparato di sicurezza russo (e gli indizi crescono nelle ultime ore), ma neppure l'ipotesi della resistenza al regime o quella del complotto dei servizi segreti o di altre entità vanno del tutto escluse. In ogni caso, l’impressione generale è che la Federazione non sia quel monolite di determinazione politica e di forza militare capace di vincere facilmente la guerra. E il video di Prigozhin aumenta, soprattutto agli occhi dei cittadini russi che lo vedranno, il senso di smarrimento e di incertezza.

Sul versante ucraino, ci si interroga sulla lunga trasferta estera del presidente Volodymyr Zelensky, in Finlandia e Olanda, con una successiva annunciata tappa in Germania. Stare all’estero in un momento particolarmente delicato, compresa la vigilia della più che prevista controffensiva, può essere sia una prova di forza sia una misura di prudenza, se si fosse messa in conto una pesante rappresaglia di Mosca sui Palazzi di Kiev. Si potrebbe tuttavia trattare di speculazioni senza fondamento, nella nebbia della disinformazione che le parti usano in larga quantità. Di sicuro c'è l'allarme lanciato per le zone del Sud, Zaporizhzhia e dintorni, dalle forze di occupazione, che hanno ordinato l'evacuazione di alcuni centri, probabilmente per i timori di un'azione massiccia dell''esercito ucraino.

Sul fronte diplomatico, infine, si fa spazio l’eventualità che la Cina metta finalmente in campo il suo peso per avviare un’iniziativa di dialogo. I segnali da Pechino sono contrastanti. Il governo ha ribadito che la propria posizione sulla guerra non è cambiata e che non appoggia il termine "aggressione" da parte di Mosca per descrivere la crisi in Europa, dopo il voto favorevole a una risoluzione dell'Onu, in un passaggio della quale veniva citata espressamente “l'aggressione russa all'Ucraina”. Il via libera esplicito all’intero testo che contiene quella formulazione è comunque di qualche valore, tanto che si è dovuti ricorrere a una precisazione ufficiale, non comune da parte dei vertici del Dragone, così attenti alle sfumature e agli aspetti formali. D’altra parte, se la Cina non vuole irritare l’alleato del Cremlino, sta comunque facendo capire agli Stati Uniti che il prolungarsi dei combattimenti e i rischi nucleari sono contrari ai propri interessi e sarebbe utile cercare una via di uscita dal conflitto.

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