Tunisi e una crisi che ci riguarda
martedì 27 luglio 2021

Quello tunisino è un quasi-golpe. E al tempo stesso una miccia accesa. Sono passati più di dieci anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini che a partire dal tragico gesto del fruttivendolo Mohammed Bouazizi (che come già i bonzi in Vietnam o Jan Palach a Praga si diede fuoco per protesta), aveva dato vita a una contagiosa 'primavera araba'. Una fiamma di speranza che dilagò dal Maghreb alla Mesopotamia, rapidamente mutatasi, in Libia, in Egitto, in Siria, nello Yemen, nel cupo incendio che aveva fatto cadere rais e dittatori come Gheddafi, Mubarak, Saleh senza che però che una vera democrazia sbocciasse, confermando come quel regime change vagheggiato e perseguito dall’Occidente fosse una pia illusione.

Solo la Tunisia aveva sorpreso per la rapidità con cui congedando l’estenuato Ben Ali aveva imboccato – grazie anche alla secolare influenza culturale francese – la strada della Repubblica costituzionale semipresidenziale. La moderazione mostrata all’epoca dal partito islamico Ennahda, e un’impensata accelerazione sulla parità di diritti donne-uomini, hanno fatto del relativamente piccolo Paese affacciato sul Mediterraneo un modello. Che altre nazioni arabe hanno giudicato pericoloso, proprio perché dimostrava che si può uscire dagli schemi delle satrapie magrebine e mediorientali senza precipitare nel fondamentalismo (anche jihadista). Se non una democrazia compiuta, quella tunisina appariva un faro nel deserto del diritto che dal Nord Africa arriva sino all’Iran.

Ora però che il presidente Kais Saied ha sospeso il Parlamento, rimosso il premier Hichem Mechichi, sfilato provocatoriamente sull’avenue Bourguiba, circondato la sede dell’Assemblea con i mezzi blindati e schierato l’Esercito «a difesa della Costituzione», lo scontro frontale fra i laici che sostengono il presidente e gli islamisti della Fratellanza Musulmana che appoggiano Ennahda ha trasformato quello finora era un dibattito politico infuocato, reso ancor più rovente dalla precaria situazione economica e dalla devastazione sociale provocata dal Covid, nell’anticamera – appunto – di un colpo di Stato. Di ciò gli islamisti sono clamorosamente responsabili: alla corruzione e all’inettitudine della classe politica al potere si assomma una disoccupazione al 20% a fronte di un piano vaccinale che ha raggiunto appena il 7% dei tunisini, con oltre 18mila vittime per il virus.

Ma Ennahda gode del sostegno esterno di Turchia e Qatar (non a caso Saïed si è premurato di spegnere le parabole della qatariana Al-Jazeera), attivissimi nel tormentato focolaio nordafricano. E qui si è obbligati a volgere lo sguardo alla Libia, la cui contiguità fisica con la Tunisia apre la non troppo fantasiosa possibilità che l’incendio possa estendersi e propagarsi in qualche modo nel già dilaniato Paese confinante, col quale condivide pure l’irrisolto dramma dei profughi e migranti. La

Libia stenta a uscire dal caos dopo dieci anni di guerra civile e una frattura fra Tripolitania e Cirenaica che pare insanabile nonostante le buone intenzioni dell’Onu e l’opera discreta e incessante dell’Italia perché le fazioni si avvicinino e accettino – come stanno tentando di fare – di recarsi alle urne il 24 dicembre prossimo per eleggere un presidente e un Parlamento.

L’articolo 80 della Costituzione tunisina assegna a Saied – un giurista, considerato uomo probo, seppure non estraneo a un certo sovranismo integralista – il potere di sospendere Parlamento, governo, stampa, emittenti tv in caso di «pericolo grave e malfunzionamento». La sospensione dovrebbe durare solo 30 giorni. La piazza tuttavia s’infiamma, gli islamisti minacciano una protesta fino alle estreme conseguenze.

Scene già viste. La memoria corre all’ Egitto, all’indomani della rimozione di Mohammed Morsi, quando le dimostrazioni di piazza poi sfociate in un tragico tiro al bersaglio da parte dell’Esercito aprirono la strada all’ascesa di al-Sisi. Per ora quello di Tunisi è – come detto – un quasi-golpe. Ma il passo dalla tensione al caos in questi casi, si sa, è assai breve.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI