Mazzolari e Milani. Testimoni del Vangelo di pace


Sergio Paronetto* sabato 17 giugno 2017
L’omaggio del Papa a don Mazzolari e don Milani: alle sorgenti della nonviolenza
Testimoni del Vangelo di pace

Caro direttore,
la prossima visita di papa Francesco, martedì 20 giugno, sulle tombe di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani, testimonianze luminose del Vangelo di pace, è un viaggio alle sorgenti della nonviolenza italiana (tra le quali occorre ricordare Aldo Capitini, Igino Giordani, Lanza del Vasto, Giorgio La Pira). Non è solo una forma di riabilitazione ufficiale di persone discriminate e isolate anche dal mondo ecclesiastico degli anni 50 e 60 del secolo scorso.

È, soprattutto, un segno di conversione ecclesiale e una pro-vocazione per tutti. È un’occasione di leggere e di rileggere insieme alcuni testi fondamentali dello zaino dei viandanti di pace: Tu non uccidere del 1955, Pacem in terris del 1963 e L’obbedienza non è più una virtù del 1965. A unificarli idealmente è il Concilio Vaticano II. Mazzolari lo anticipa tra mille ostacoli (ma prima di morire Giovanni XXIII lo riconoscerà come «la tromba dello Spirito Santo in terra mantovana»). Don Milani lo incarna a San Donato e a Barbiana (cercando sempre il riconoscimento ecclesiale del suo impegno).

Sul quindicinale mazzolariano 'Adesso' scrive anche Lorenzo Milani. Il suo testo Esperienze pastorali viene considerato da Mazzolari «il primo e più valido studio di sociologia religiosa stampato in Italia. E il più originale anche nei confronti di parecchie pubblicazioni francesi di larga risonanza» ('Adesso', 1 luglio 1958). Per i due è essenziale dare la parola ai poveri ed educare alla pace. Per Mazzolari e Milani la guerra moderna è sempre immane crudeltà. Per don Primo, «il cristiano è un uomo di pace, non un uomo in pace» perché patisce una contraddizione permanente col Vangelo. Per don Lorenzo è necessario scegliere l’obiezione di coscienza alla preparazione di guerre (che oggi sono forme di aggressione o di vendetta) per essere fedeli alla coscienza, al Vangelo e alla Costituzione italiana. L’etica della pace è, per loro, «etica del volto».

Scrive Mazzolari: «Il vero senso della pace è il riconoscimento che c’è un prossimo cui dobbiamo voler bene e che, se non gli vogliamo bene, abbiamo già ucciso dentro di noi». La prima lettera di Giovanni ribadisce un’idea decisiva: «Chi ama nasce da Dio e conosce Dio» ( Tu non uccidere). Per don Lorenzo la pace è perdere la testa per i suoi ragazzi concreti e vicini, anzi è, come dice, amarli più di Dio (il modo migliore per amare Dio). Oggi papa Francesco entra in questa bella famiglia come amico, fratello e guida. Ne è conferma il messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1 gennaio 2017.

Non solo. Il 19 aprile 2017, in occasione della pubblicazione delle Opere complete di don Milani, pronuncia parole bellissime e impegnative verso il Priore di Barbiana, simili a quelle espresse da Paolo VI nei confronti di Mazzolari: «Come educatore e insegnante egli ha indubbiamente praticato percorsi originali, talvolta, forse, troppo avanzati e, quindi, difficili da comprendere e da accogliere nell’immediato. La sua educazione familiare, proveniva da genitori non credenti e anticlericali, lo aveva abituato ad una dialettica intellettuale e a una schiettezza che talvolta potevano sembrare troppo ruvide, quando non segnate dalla ribellione [...]. Si capisce, questo ha creato qualche attrito e qualche scintilla, come pure qualche incomprensione con le strutture ecclesiastiche e civili, a causa della sua proposta educativa, della sua predilezione per i poveri e della difesa dell’obiezione di coscienza. La storia si ripete sempre. Mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani».

Anche a don Primo può attribuirsi quanto papa Francesco osserva di don Lorenzo: «La sua inquietudine non era frutto di ribellione ma di amore e di tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che, talvolta, veniva negata. La sua era un’inquietudine spirituale, alimentata dall’amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa, per la società e per la scuola che sognava sempre più come 'un ospedale da campo' per soccorrere i feriti, per recuperare gli emarginati e gli scartati».

Col Papa possiamo accostarci ai nostri amici e maestri con gratitudine e con l’affetto di chi li considera compagni di strada alla ricerca della luce e della grazia di Cristo 'nostra pace'.

*Vicepresidente di Pax Christi Italia

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