martedì 21 gennaio 2014
Molto è già stato scritto attorno a quella che l’Oxford English Dictionary ha eletto a parola dell’anno 2013: selfie. Le foto di sé, scattate coi dispositivi mobili per essere caricate sulle piattaforme social destano non poche preoccupazioni, forse per le connotazioni negative suggerite dai termini con la stessa radice (selfish significa egoista, egocentrico) o per un attaccamento eccessivo al vecchio paradigma trasmissivo della comunicazione, che isola il contenuto dal mezzo (mentre la comunicazione, oggi più che mai, è prima di tutto riduzione di distanze, costruzione di relazioni). In un recente articolo, per esempio, lo psicanalista Massimo Recalcati ha parlato di «certificazione di un’esistenza che dubita di se stessa», e di «foraggiamento narcisistico di un soggetto vuoto», mentre in una riflessione sul New York Times la psicologa Sherry Turkle ha colto un’ossessione per la documentazione che «mette in pausa» l’esperienza: l’ansia di "possedere" una traccia che certifichi la nostra esistenza ci impedirebbe viverla veramente. Documentare l’esperienza e fare esperienza sarebbero due movimenti che si annullano a vicenda: o l’uno, o l’altro. Sebbene queste posizioni colgano alcune derive, sempre possibili, del fenomeno, rischiano a loro volta di scambiare i pericoli per l’essenza, sulla base di quello che mi pare un duplice errore di prospettiva. Da una parte si scambia l’origine per la destinazione: l’autoscatto non mira a costruire uno specchio in cui rimirarsi, ma, casomai, a condividere un momento con altri. Il fine non è autoreferenziale, ma sociale. Non mi fotografo per certificare la mia esistenza, ma per condividerla, per entrare in dialogo. Essere è condividere. E non necessariamente ciò che si condivide è l’autoscatto col personaggio famoso, o l’immagine dove si è «al meglio di sé». Anzi, fa discutere, per esempio, la recente tendenza, da parte di alcuni personaggi del mondo dello spettacolo ma non solo, a condividere selfies scattate durante o subito dopo una malattia.La seconda questione ha a che fare col tema della rappresentazione: se la fotografia è nata come medium per parlare della realtà, e la dimensione del contenuto è sempre stata cruciale, la finalità della selfie non è rappresentare, ma comunicare. Non si tratta di un oggetto estetico, ma di un movimento dialogico. Non è solo un parlare di sé, ma è soprattutto un parlare a qualcuno. Un diario per immagini, nella consapevolezza che l’identità è relazionale, e che il messaggio più che "ti dico chi sono" è, casomai, "aiutami a capire chi sono".Vivere e condividere non sono due movimenti che si annullano a vicenda; al contrario. D’altra parte l’esperienza, ce lo ha insegnato tra gli altri Walter Benjamin, ha sempre la doppia componente di "immersione" (Erlebnis) e di "distanziazione", rielaborazione, del vissuto (Erfahrung). La sospensione, la messa in pausa, la condivisione non solo non impediscono l’esperienza, ma ne sono la condizione, perché servono a elaborare, condividere, far sedimentare i significati di ciò che si vive.Nella selfie dunque la fotografia non è un contenuto, ma un medium, un connettore, un invito al dialogo a partire dalla propria quotidianità, un mettere in comune che aiuta a tessere la trama della vita di tutti i giorni, intrecciando un racconto polifonico per immagini. Per questo credo che tacciare questa forma comunicativa di narcisismo, feticismo, asocialità sia non capire il bisogno autentico che essa esprime. Che è un bisogno giusto: casomai da coltivare, accompagnare, rendere più consapevole, ma non certo stigmatizzare. Che la foto non risponda a un bisogno di possesso o di "eterizzazione" del quotidiano nel vano tentativo di sottrarlo alla banalità è testimoniato anche da applicazioni come Snapchat, che consentono di inviare ai propri contatti foto che durano solo pochi secondi. Il quotidiano è effimero, nessuno vuole negarlo, ma nondimeno può essere, seppur per un istante, messo in comune. Non tutto merita di permanere, ma molto merita di essere condiviso.Attenzione, quindi, alle troppo facili svalutazioni di pratiche che rispondono a bisogni antropologici profondi. E attenzione a quell’etnocentrismo generazionale che porta a valutare con categorie inadeguate i nuovi fenomeni – a leggere il presente nello specchietto retrovisore, direbbe McLuhan – incorrendo in inevitabili errori interpretativi. Meglio cercare di vedere i fenomeni "dal punto di vista dei nativi", come ci hanno insegnato gli antropologi. Non per adeguarsi, ma per costruire le condizioni di un dialogo intergenerazionale dal quale tutti abbiamo da imparare.
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