martedì 17 aprile 2018
Il progetto francese e il dibattito in italia. La prima formazione decisiva per l’apprendimento
Obbligo scolastico dai tre anni: un favore ai bambini

Nella classe rosa dell’école maternelle Saint-André des Arts di Parigi, racconta il quotidiano 20Minutes nella Francia che prepara la riforma della scuola per il 2019, al mattino i 26 studenti tra i 3 e i 5 anni entrano nella stanza e scelgono un gioco o un’attività creativa senza l’intervento della maestra Coralie. Due bimbe si aiutano a mettersi un camice e cominciano a dipingere. Poco più in là i compagni iniziano un puzzle, mentre altri giocano con fattoria e animali. L’aula è suddivisa in isole di attività e i bambini si distribuiscono autonomamente nello spazio. Una bambina di tre anni si concentra, riesce in un esercizio manuale e riceve le congratulazioni dell’educatrice, che cerca sempre di «consentire ai bambini di scoprire nuove attività senza apprensione e di non bloccarsi quando incontrano difficoltà».

La scena riportata è di pochi giorni fa, quando il presidente della Repubblica Emmanuel Macron, davanti agli esperti dell’infanzia riuniti a Parigi per le Assises de la maternelle, ha annunciato che in Francia l’età dell’obbligo scenderà dai 6 ai 3 anni. Per Macron e per il ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer, che hanno voluto l’incontro nella capitale, la scuola materna «è la linea di partenza per lo sviluppo di ogni bambino », è un luogo de la bienveillance et de l’épanouissement, in cui si è benvoluti e si sboccia alla vita, come piantine che ricevono le giuste cure nel giusto terreno.

Oggi, in Francia, così come in Italia, la quasi totalità dei bambini frequenta la scuola materna fin dai tre anni. E allora perché l’annuncio – che è apparso a qualcuno soltanto «simbolico» – è stato ripreso da tutti i media francesi e internazionali? Perché sancisce un principio, le cui ricadute pratiche sembrano secondarie, ma non lo sono. Il principio, esternato da Macron e dal suo ministro, è «l’importanza decisiva dei primi anni per l’apprendimento», e se «la materna è un momento fondante del percorso scolastico», lo dev’essere «per tutti».

Secondo il ministero dell’Educazione, quasi il 97,6% dei bambini francesi di tre anni frequenta già le materne – la media Ocse è del 70%. Il governo francese calcola che la misura richiederà la creazione di 800 posti di lavoro e riguarderà 26mila bambini. Secondo l’indagine ministeriale non vanno alla scuola materna molti tra quelli che vivono nei quartieri più sfavoriti. Per Macron grazie all’obbligo, dal rientro a scuola del 2019 si potrà «correggere questa differenza inaccettabile».

L’opzione d’Oltralpe non è passata inosservata nel nostro Paese e ha riaperto il dibattito sulla scuola che starà al nuovo governo recepire. Ridurre l’obbligo d’istruzione è un tema che in Italia torna periodicamente dagli anni ’90, cioè dal tentativo del ministro Luigi Berlinguer di anticipare l’accesso alla scuola elementare al compimento del 5° anno di età, anticipando anche l’ingresso alla materna. E anche alla vigilia dell’ultima riforma si è parlato di rendere obbligatorio l’ultimo anno della scuola dell’infanzia. I decreti attuativi della legge della Buona scuola hanno tentato di rendere organico il mondo delle 'materne' e quello della primaria.

Il cambiamento principale è stato l’istituzione del Sistema integrato di educazione e di istruzione 0-6 anni, con l’obiettivo di garantire «ai bambini e alle bambine pari opportunità di educazione, istruzione, cura, relazione e gioco, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche, etniche e culturali». Attraverso la costituzione del Sistema integrato si vogliono «estendere, ampliare e qualificare» i servizi educativi per l’infanzia e della scuola dell’infanzia in tutta Italia, con un fondo per gli enti locali. È un riconoscimento: la scuola dell’infanzia entra in un disegno ampio che parte dal nido per accompagnare il bambino fino ai 6 anni e al suo ingresso nella scuola dell’obbligo.

Applicare una misura come quella francese sarebbe tuttavia «auspicabile» per lo psicoterapeuta dell’età evolutiva Federico Bianchi di Castelbianco: «È un’iniziativa adeguata alla società che stiamo vivendo – commenta lo psicologo –. L’aspetto positivo è proprio nel considerare la scuola dell’infanzia come preparatoria della primaria. Il che significa che non si dovrà insegnare a leggere e a scrivere a 4 o 5 anni, ma bisognerà preparare i bambini a essere in grado di gestire gli apprendimenti. Questo sarebbe un grande passo culturale perché eviterebbe la corsa in avanti alla quale stiamo purtroppo assistendo, che toglie ai bambini le esperienze di cui hanno reale bisogno. Introdurre nei tre anni attività quali la psicomotricità, la socializzazione, la creatività e aspetti musicali darebbe a questa finestra evolutiva dei tragitti corretti».

Lo psicologo dell’infanzia Ezio Aceti apre una riflessione sulla scuola «che dovrebbe essere considerata più importante in Italia e nel mondo», quella dell’infanzia, e propone un «ribaltamento» del sistema formativo: «Dare alla scuola d’infanzia l’80% dei finanziamenti destinati all’università: in un futuro in cui la formazione online prenderà il sopravvento le cattedre saranno sempre meno importanti. Mentre il bambino piccolo ha bisogno di una quantità di cure, psicologia e assistenza che oggi è insufficiente». Per l’esperto bisognerebbe puntare su tre capacità fondamentali dell’individuo adulto, educando fin dai primi anni di vita alle emozioni, alle relazioni e all’ascolto.

«Tutti i fenomeni di violenza e bullismo provengono da un deficit di educazione alla relazione». Serve anche la giusta dose di autonomia, e di «noia», attraverso ore di lezione non strutturate, perché si sviluppi la creatività. E alla «punizione» va prediletta la parola come strumento educativo. Per Aceti si sta verificando un passaggio educativo: una volta bambini e ragazzi dovevano totalmente obbedire agli adulti, maestri o genitori. «I ragazzi non ci stanno più: il futuro è quello di genitori che crescono mentre crescono i figli. Proposte di legge fatte con le motivazioni più varie contengono però una realtà pedagogicamente importante: mettere il bambino al centro».

La sfida è l’organizzazione e gestione della nuova scuola 0-6, individuata come futuro dell’istruzione dal ddl 1.260 confluito nella Buona scuola. In Italia, come in Francia, portando l’obbligo a 3 anni, si dovrebbe contemplare il ruolo degli 'asili' privati, che sono la maggioranza. Una scelta come quella francese «da abbracciare senza riserve, avrebbe un impatto simbolico più che ricadute effettive – è l’opinione di Gabriella Poli, psicologa all’Istituto degli Innocenti di Firenze e rappresentante Agesc –: il bambino esce dal nido familiare, inizia a rapportarsi con i compagni, gli insegnanti e il ruolo educativo della scuola diventa sinergico a quello, principale della famiglia.

L’obbligatorietà funzionerebbe però a patto però che lo Stato contribuisca con la legge sulla parità scolastica. La maggior parte dei bambini frequenta infatti istituti privati paritari, molto spesso piccole scuole diffuse su tutto il territorio nazionale, che soprattutto nei piccoli centri svolgono un servizio pubblico a tutti gli effetti». Le scuole non mancano, insomma, semmai il problema è inverso ed è dovuto alla denatalità: alcune paritarie hanno dovuto chiudere o riconvertirsi in un altro servizio per la mancanza di un numero sufficiente di bambini; mentre tra dieci anni il crollo demografico imporrà il taglio di 55mila insegnanti in Italia. Una differenza non da poco rispetto alla Francia, che ancora i figli li fa.

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