Sarà pure «light» ma il rischio è pesante
venerdì 22 giugno 2018

Non si può proprio capire quale sia il modello di lotta alle dipendenze che ha chi chiede a gran voce libera marijuana o libera diffusione del suo succedaneo, la cosiddetta marijuana light, della quale ieri il Consiglio superiore di sanità ha consigliato al governo di vietare la vendita. Perché se da un lato si riconosce la pericolosità della droga, dall’altro si strizza l’occhio al consumatore secondo il mantra in voga per il quale 'della tua vita fai quel che vuoi', come se una società, una famiglia, una comunità scientifica fossero solo optional. Parafrasando Orwell, in sostanza si dice che 'alcune droghe sono più uguali (o più da provare) di altre'.

Perché non si vogliono sentire i richiami delle società scientifiche come l’American Academy of Pediatrics, da sempre schierata contro la liberalizzazione della marijuana, e l’innumerevole letteratura di studi e prove che mostrano la pericolosità del 'fumo' non solo per gli adulti ma in particolare per i giovani, quelli a cui spiegare che fa male non servirebbe a niente perché il loro cervello è fatto per trasgredire ma per i quali trovare a portata di mano qualunque droga diventa un invito a nozze. Tanto più se gli adulti ci scherzano sopra ricordando i bei tempi quando fumavano loro, la vedi reclamizzata, trovi belli e accoglienti i negozi che la vendono, senti le notizie di qualche nazione (mercoledì il Canada) che a suo rischio la rende fumabile in pubblico, per questo dipinti dai proclami mediatici come nuovi paradisi. Che modello di lotta alle dipendenze vogliamo avere se da un lato si sta ottenendo dopo anni una vittoria contro il fumo di tabacco e al tempo stesso si racconta che la marijuana – ben sapendo che spesso fumarla è la strada per passare al tabacco e viceversa – non farebbe male? Dove si pensa di arrivare se mentre l’Organizzazione mondiale della sanità mette tra le malattie mentali la dipendenza da gioco d’azzardo si sorride con sufficienza se qualcuno spiega che la marijuana è una sostanza da cui si può diventare dipendenti?

Bene ha fatto allora il Consiglio superiore di sanità a chiedere che si fermi la vendita libera della cosiddetta «marijuana light» in base al principio di precauzione, che non è un dogma di fede ma un criterio di tutela universale della salute: di qualcosa che può far male si deve dimostrare l’innocuità prima di metterlo sul mercato. I dubbi che possa far male anche se è light e le certezze che fa male se è 'originale' ci sono eccome. Oltretutto è ovvio che la vendita della marijuana light sarebbe il preludio allo sdoganamento della marijuana, dato che chiunque capisce che una volta aperta la strada alla copia sbiadita tutti si domanderebbero perché vietare l’originale. Già circolano le proteste e si ironizza per questo parere del Css. Ma si può sorridere con sufficienza quando si parla di tutela della salute, soprattutto dei minori?

Eppure la scienza parla. Tanto per limitarsi a questi giorni, l’International Journal of Drug Policy di maggio mostra che l’uso di marijuana è associato a sintomi depressivi, pericoli per la guida, obesità, sintomi psicosomatici e scarso rendimento scolastico, sia nei consumatori 'pesanti' che in quelli leggeri (1-19 volte nell’ultimo anno). Non ci sembra un rischio da poco. E il Journal of Psychiatric Research che uscirà in agosto mostrerà uno studio sui danni della cannabis sul sistema nervoso e in particolare sulla retina. Chissà perché chi dice che non fa male, non cita mai studi scientifici. La lotta alle dipendenze è legata a come si parla delle varie droghe. E qui è grande la responsabilità non tanto degli educatori di professione quanto di chi si espone sui media, dei personaggi dello spettacolo e della musica: perché, lo ricordino bene, nessuno sarà dissuaso dall'avvicinarsi a qualcosa di pericoloso se chi si ritrova intorno dà il cattivo esempio, anche solo con l’inopportuna ironia.

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