I funerali delle bimbe uccise dal padre: sì, il perdono è parola che brucia
sabato 10 marzo 2018

Si può pregare per il mostro? O il nostro pianto non urla forse, invece, per lui la sorte della «perduta gente»? La messa funebre di Cisterna di Latina, le bare bianche delle due bambine uccise, la commozione immensa della folla assiepata anche fuori della chiesa sono il segno di un 'mistero doloroso' in cui sembra traboccare una ingiustizia senza riparo, senza rimedio, inaccettabile, inspiegabile.

Perché se le cronache dei nostri quotidiani inferni ci hanno altre volte presentato il conto di tragedie folli e crudeli, questa storia di sangue e di morte di una famiglia sterminata per mano d’un padre custode della legge è cornice di un delirio di rovina che sfida ogni ragione. Il mistero doloroso è lo stesso mistero del male. La tenebra che non comprende la luce, il verme che devasta la relazione umana più sacra, muta l’amore in ostile avversione, accende violenza e delitto, si annienta nell’unico abisso.

Quello che possiamo fingere di spiegare con la scienza delle pulsioni criminali avrà pure qualcosa da balbettare. Ma non incrocia il quesito esistenziale, quello che investe il versante delle bambine morte. Il dolore innocente, il male patito dai bimbi, sfonda i confini dell’assurdo. Oppure colpisce il cielo, se ciò che accade sulla terra non commuove il cielo a impedirlo.

Liberaci dal male, preghiamo. C’è ancora un male che gronda e perdura nella vita della madre scampata alla morte e mutata in permanente agonia, in tortura del cuore. Ed ecco che mentre con la sua preghiera di indomita speranza la liturgia funebre porta nell’infinita gioia Alessia e Martina, un brandello di preghiera raggiunge da quelle bare l’abisso del carnefice suicida. Cristo, pietà. E un fremito percorre l’assemblea e la imbroncia. Come se l’ombra del male, non lo scandalo o il paradosso, ma l’ombra stessa del male interponesse un velame a vietare la preghiera, riaffermando la sua realtà inesorabile.

E in quegli istanti commossi, forse, passano nel cuore le sfide che la fede affronta quando vede l’innocente ucciso, e l’umanità contagiata dal disumano, e le mostruosità del male che ha qualcosa che «non è terrestre». Qualcosa che annienta l’amore e distrugge il frutto dell’amore che genera; qualcosa che bestemmia contro la vita. Una potenza inversa, quasi turpe scimmia a rovescio dei miracoli del bene. Ma allora non è forse di nuovo il pianto di chi sopravvive dentro gli inferni della condizione umana, non è forse questo pianto l’ultima supplica perché la fine della storia non consista nella resa alla catastrofe? C’è un senso di impotenza e di disperazione nella fissità del male definitivo. Come esserne liberati, se quella preghiera non scoppia fuori dal cuore?

Liberaci dal male, tutti. Salvaci. Ci vorrebbe la fede, che è sostanza delle cose sperate, a rischiare l’attesa di una risposta diversa dalla maledizione, a risuscitare una speranza. Umanamente, non c’è rimedio che paghi il sangue versato, non c’è calice che contenga il dolore. Ma quelle parole gettate nella litania di supplica, anche per l’uomo che il sangue fa reietto al nostro istinto, ma che è ora davanti al mistero di Dio, rammentano a chi ha fede un sangue che fu versato «per voi e per tutti» a togliere i peccati del mondo. Qui tollis è il nostro ultimo grido. «Cristo, pensoso palpito», cantò un giorno il poeta, davanti alla notte straziata delle crudeltà umane; «Santo, Santo che soffri/per liberare dalla morte i morti».

La misteriosa discesa d’un amore, nel fango della nostra disperazione, fino agli inferi. Del pari, solo nella fede si comprendono quelle parole dei familiari di Antonietta, che 'hanno perdonato'. E la croce di Cristo che dà perdono e forza di perdono. Non è parola umana, il perdono; è parola che brucia dentro il mistero che ricrea la salvezza perduta. È il miracolo del male vinto, tolto come si toglie la pietra d’un sepolcro.

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