La terribile rimozione. Ripartiamo dall'ovvio: i migranti sono persone


Camillo Ripamonti* giovedì 10 agosto 2017

Caro direttore,
ripartiamo da quanto dovrebbe essere ovvio. In quest’estate in cui dibattito politico e mediatico si occupano dei migranti e dei rifugiati senza quasi mai mettere a fuoco chi sono, quali storie hanno, che sogni e aspirazioni li spingono a rischiare la vita verso un “dove” dove troppi li considerano peso e li rifiutano come pietre di scarto, pare davvero ripartire dall’ovvio, cioè dal riportare al centro i soggetti della migrazione, coloro che migrano. Cosificati da politiche di interesse, è giusto e necessario restituire loro la dignità di persone. Ogni giorno che passa di questa calda estate insieme alle migliaia di ettari di bosco del nostro Paese, sembrano andare in fumo anche i più banali princìpi di umanità e civiltà che ne costituiscono le fondamenta.

Affermazioni demagogiche e scontri tra comizianti, in un Paese che è sempre in campagna elettorale, rischiano di distogliere anche le coscienze più attente dal cuore della questione: la vita di migranti e i rifugiati, donne e uomini come noi; migranti come lo siamo stati e continuiamo a esserlo noi, persone il cui anonimato, la cui non conoscenza della storia personale fatta di gioie e speranze, dolori e angosce ha reso solo un oggetto del contendere. Il pezzo che manca nella gran parte del racconto mediatico e politico convulso e a tratti asfissiante di questi giorni sta proprio nel dare un nome e un volto ai “senza volto”. Il vederli ogni giorno sui barconi ci fa credere di sapere chi sono, di conoscerli e invece non conosciamo quasi per nulla i loro racconti di vita da cui emerge il dramma reale di chi scappa dalla miseria o dalla violenza, la loro dignità pur nell’umiliazione, le sofferenze vissute, gli affetti familiari spezzati, lo strappo dalla propria terra, i sogni e le speranze.

Ascoltandoli, e solo ascoltandoli, appare chiaramente che i rifugiati e gli immigrati non sono soltanto bisogni a cui rispondere, ma sono persone a cui non solo stiamo negando un futuro, ma a cui stiamo negando la dignità. E sulla dignità della persona tutti i cattolici e tutti gli uomini e le donne di un Paese bello e civile come il nostro devono ritrovarsi, anche se a tratti ci siamo persi dietro paure alimentate ad arte. In una umanità che sperimenta sempre più di essere una sola famiglia, i rifugiati sono un invito pressante a percorrere insieme un cammino: prendere coscienza del dramma dei profughi e dei migranti è essenziale per poter passare dal rifiuto all’accoglienza, dall’accoglienza all’integrazione, dalla integrazione alla vera democrazia che riconosce i diritti a tutti e a tutti attribuisce uguali doveri.

Il fenomeno delle persone che migrano, data la sua complessità, non si risolve “rimandando indietro i profughi”, ma accogliendoli, e lavorando per orientare e condividere la gestione dei flussi migratori a livello nazionale e internazionale, aiutando i Paesi poveri a svilupparsi, prevenendo la vergognosa tratta degli esseri umani, e punendo severamente i moderni mercanti di schiavi. In questa estate in cui fermentano divisioni, mistificazioni e persino odi, forse quello che ci serve e ripartire dall’ovvio: se la vita umana va salvata e tutelata, lo si deve fare sempre, in ogni circostanza e non può essere merce di scambio o banco per muscolari prove del consenso. Da sempre i diritti umani sono universali e in quanto tali il loro riconoscimento spetta all’umanità intera e non solo a un sempre più esiguo manipolo di cittadini per nascita. Lasciar morire persone innocenti in mare, nel deserto o in un carcere libico non risolve i nostri problemi. E per quanto possa annoiare sentirsi dire l’ovvio, il destino dell’umanità e affare di tutti, nessuno escluso.

*Sacerdote, presidente Centro Astalli – Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Italia

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