L'analisi. Calor bianco, non guerra fredda


Vittorio E. Parsi sabato 15 ottobre 2016
Ciò che deve preoccupare, e parecchio, è il rapido deterioramento delle relazioni bilaterali tra Mosca e Washington. Analisi di Vittorio E. Parsi

Non c’è nessuna nuova Guerra fredda alle porte e lo schieramento di truppe della Nato all’interno del territorio dell’Alleanza non costituisce un atto di provocazione – e men che meno di aggressione da parte dell’Occidente – nei confronti della Russia di Putin. Ciò che invece deve preoccupare, e parecchio, è il rapido deterioramento delle relazioni bilaterali tra Mosca e Washington.

Nei giorni scorsi il rilancio della prossima implementazione della decisione assunta l’estate scorsa al Vertice Nato di Varsavia ha occupato molte prime pagine e alimentato la solita bagarre di chi ignora che per partecipare a esercitazioni della Nato non occorre nessuna autorizzazione parlamentare. Qua e là si è giunti ad evocare scenari di guerra guerreggiata con Mosca, scenario possibile solo nel caso (al momento improbabile) che la Russia replichi contro uno o più Stati membri dell’Alleanza l’azione muscolare compiuta in Ucraina. Putin ha tutto l’interesse a soffiare sul fuoco della sua propaganda e a cercare di dividere quell’Occidente che ritiene responsabile del declino del prestigio e del rango della Russia seguito alla fine dell’Urss. Come sappiamo, in realtà l’Unione Sovietica implose malamente a causa delle sue contraddizioni interne; ma è una verità troppo scomoda da accettare per il nuovo zar, che ha fatto dello sciovinismo nazionalista la sua bandiera ideologica. Spazzato il campo dagli equivoci su fantomatiche volontà occidentali di ritorno alla Guerra fredda come fu fino a trent’anni fa, occorre constatare che le relazioni bilaterali tra Washington e Mosca stanno rapidamente passando dal gelo al calor bianco. È di ieri la rivelazione dell’emittente televisiva americana Nbc, secondo la quale il presidente Obama si starebbe apprestando a ordinare un attacco hacker contro Mosca, come ritorsione alla violazione della centrale informatica del Partito democratico americano, che il Fbi ritiene provenire dalla Russia. Non è la prima volta che Mosca (come Pechino) viene accusata di atti di guerra cibernetica. Nel 2007, sempre durante una delle ricorrenti presidenze di Putin, l’Estonia denunciò una simile aggressione da parte russa e, non per caso, nel 2014 in occasione del Vertice di Cardiff, la Nato decise di considerare questo tipo di attività come aggressioni paragonabili, a tutti gli effetti, a quelle convenzionali.La portavoce del Cremlino ha reagito a quelle che per ora sono solo voci non confermate con una rudezza inusuale persino per lo stile comunicativo della Russia odierna, tradendo un eccesso di nervosismo quantomeno sospetto. Ma occorre subito precisare che, se anche il Fbi avesse ragione, la via della rappresaglia sembra certamente la meno indicata, considerando lo stato attuale di tensione russo-americana. Mentre Mosca fa filtrare notizie di massicce esercitazioni della protezione civile in stile anni Cinquanta del Secolo scorso, con la rimessa a nuovo di rifugi antiatomici e l’immagazzinamento di scorte alimentari, accusando l’Occidente di «russofobia isterica», tutto serve tranne che fornire al Cremlino argomenti per la sua disinformazione.Come dicevamo, Putin ha fin troppi interessati mentori in Occidente, sia tra gli estimatori del cinismo politico come modalità di pensiero e di azione sia tra coloro che si illudono di poterne usare gli argomenti propagandistici per i propri fini di polemica politica interna. Sono gli stessi che ritengono la Russia un disinteressato bastione contro l’offensiva islamista, mentre i bombardamenti di Mosca aiutano Assad a colpire la sua stessa popolazione ad Aleppo. Appare fin troppo facile "leggere" il gioco di Mosca: alimentare il mito di un’aggressione occidentale (ieri in Ucraina, oggi sul Baltico, domani nel cyberspazio) per continuare nella propria strategia nazionalistica.Proprio per questo, alla fermezza e al legittimo impiego di tutti gli strumenti dissuasivi che le alleanze offrono, occorre unire sempre lo scrupoloso rispetto del diritto internazionale e delle sue prassi: tra le quali decisamente non rientrano le cyber-rappresaglie. Sarebbe un grave errore dare a Mosca seri appigli e farla passare dalla parte della ragione.

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