mercoledì 4 novembre 2015
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Caro direttore,
lunedì 12 ottobre, ricevo sul mio cellulare un messaggino da un numero sconosciuto: «Buongiorno, don Maurizio, sono Gianluigi Nuzzi, scrittore e conduttore di Quartogrado su Rete4. Volevo chiamarla per parlarle brevemente di una cosa. Quando posso disturbarla? Grazie. A presto». Chiamo io. Una chiacchierata cordiale. Nuzzi mi chiede se ho avuto modo di leggere qualche suo libro. Risposta affermativa. Aggiungo che non sono di quelli che a tutti i costi vogliono difendere chi si è reso colpevole di scandali e abusi nella Chiesa. Siamo servi della verità non della menzogna. Nuzzi mi propone di essere accanto a lui a Roma il giorno 9 novembre 2015 quando in una «importantissima conferenza stampa» presenterà il suo ultimo libro. "Perché mai avrà pensato a me?", mi domando. Gli chiedo, allora, di inviarmi subito il libro per poterlo leggere e meditare con serenità per poi decidere di conseguenza. Nuzzi si segna il mio indirizzo e-mail e ci salutiamo. Dopo qualche giorno ritelefona. Comprendo subito che ha difficoltà a mandarmi il libro, per cui senza perdere tempo gli dico: «Gianluigi, guarda che stai parlando con una persona seria…». Il libro non arriva. Ancora qualche giorno e richiama: «L’editore – dice – non è d’accordo sull’invio». Bene, possiamo anche salutarci. Invece mi propone di venire a Napoli personalmente per «spiegarmi» il libro. Resto basito. «Gianluigi, ma che dici? Tu che sei uno scrittore non sai che un libro si legge e non si spiega?». Insiste. Superfluo sottolineare che sulla base di quella "spiegazione" avrei dovuto a mia volta commentare il libro in una «conferenza stampa internazionale». Insisto anch’io: posso eventualmente parlare solo di ciò che conosco. Nuzzi annota di nuovo il mio indirizzo promettendo di inviarmi il libro. Il libro non è mai arrivato. E lo scrittore non si è fatto più sentire. Sono rimasto con la sensazione che volesse tirarmi un tiro mancino. Da questi strani modi di fare, naturalmente, sono distante mille miglia. Forse Nuzzi non poteva immaginarlo.
Padre Maurizio Patriciello
Io credo che invece Gianluigi Nuzzi poteva immaginarlo, caro don Maurizio. Penso, cioè, che avrebbe potuto immaginare benissimo che tu non ti saresti mai prestato a giocare a "mosca cieca" durante la presentazione di un libro che – stando a quanto ci è stato fatto sapere con una serie di parziali anticipazioni – è basato su materiali trafugati alla disciolta Commissione referente sulla riforma delle strutture economico-amministrative vaticane a suo tempo istituita da papa Francesco nonché sul "furto" digitale di voce e pensieri dello stesso Papa. Ma Nuzzi ci ha provato ugualmente. Da professionista capace e meticoloso qual è. È evidente, infatti, che il giornalista-scrittore avrebbe tutto l’interesse a sbandierare anche testimonial "doc" in tonaca o in clergyman. Buoni sacerdoti allineati dietro un tavolo o in prima fila a una conferenza stampa gli risulterebbero utilissimi per accreditare l’idea che la sua non sarebbe ciò che purtroppo è: un’operazione mediatica tecnicamente ben congegnata e però in sé opaca e segnata da profili morali assai discutibili. "Presentatori" così gli sembrano indispensabili per continuare a sostenere, con qualche speranza di essere creduto, che il suo nuovo libro – già tradotto in diverse lingue e destinato ad almeno 19 diversi mercati editoriali – non è prima di tutto un affare e un attacco alla Chiesa, ma un’opera buona a sostegno della persona del Papa (cioè della prima "vittima" della slealtà di alcuni, e capiremo presto la solidità delle accuse a don Vallejo e alla consulente Chaouqui) e dell’azione che Francesco sta conducendo per accrescere trasparenza ed efficienza in Curia, cioè nelle strutture centrali di supporto alla missione e alla carità della Chiesa. Insomma: hai fatto più che bene, caro padre, a non fidarti di un polverone che Nuzzi ti ha "spiegato con parole sue", esercizio che da bambini a scuola ci invitavano a fare nelle interrogazioni su qualcosa di complicato... Altri, a giudicare dai primi assaggi di lettura offerti, non hanno neanche la preoccupazione di dissimulare la propria intenzione di selezionare il "peggio" su uomini e vicende di istituzioni cattoliche, proponendolo in modo sensazionalistico come il "tutto". Mi riferisco a Emiliano Fittipaldi e al suo libro in uscita in questi stessi giorni con materiali uguali e diversi da quelli usati da Nuzzi. Rispetto pure il lavoro di questo collega, ma fatico ad accettare le operazioni "a tesi". La Chiesa, che conosce le debolezze umane e le sperimenta da sempre anche al proprio interno, è prima di ogni altra cosa generosità e gratuità senza confini e senza discriminazioni, invece, viene dipinta quasi come un "agente finanziario" incline all’accumulazione di ricchezza e alla speculazione. L’esatto contrario della realtà (nonostante errori che pure ci sono stati e ci sono, e che come tali devono essere affrontati) e del costante magistero papale nel corso di tutto il Novecento e, con maggiore forza, all’inizio del terzo millennio. E questo, per di più, proprio mentre il processo di riforma, di snellimento e di trasparenza voluto da Francesco – motore di una "Chiesa povera per i poveri" – avanza e si approfondisce irreversibilmente. Il polverone mediatico, a mio parere, è più che mai insopportabile. L’ho scritto ieri e lo ripeto oggi: i polveroni a orologeria (che qualcuno chiama anche "voli di corvi") non aiutano nessuno e, alla fin fine, servono solo a intossicare chi ne è avvolto, a offuscargli la vista e a congiurare per confonderne il giudizio. Tuttavia, questo pessimo risultato non è inevitabile, e io spero che anche stavolta avvelenatori, mistificatori e frenatori falliscano e prevalga la saggezza dei semplici. Un’ultima battuta ancora sul lancio del libro di Nuzzi. Credo, caro don Maurizio, che se non è riuscito a coinvolgere te (è difficile prenderti per il naso!), potrebbe anche essere riuscito a coinvolgere qualcun altro che magari si ritiene più abile di lui. Staremo a vedere. L’importante, soprattutto in casa nostra, è che si giochi con la maglia giusta, scegliendo bene la squadra da mandare in campo e smettendo di inventare assurdi autogol. Hai ragione tu: come credenti (e, aggiungo io, come giornalisti) dovremmo ricordarci sempre che "siamo servi della verità, non della menzogna".
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