martedì 26 settembre 2017

Costruire e vivere l’unità. Qui e ora, immersi in questo «cambiamento d’epoca», da protagonisti consapevoli e umili, concreti eppure capaci di mettere in campo anche la forza della propria spiritualità. Che è, appunto, una «spiritualità dell’unità», da vivere nella comunità cristiana e nella più vasta comunità civile, in Italia e in un mondo da rendere migliori. Il cardinale Gualtiero Bassetti, nel suo nuovo ruolo di presidente della Cei, apre i lavori del Consiglio permanente dell’episcopato italiano e offre come idea guida della riflessione comune l’«unità». Parola che oggi viene contraddetta e sembra come assediata, in ogni ambito – anche nella Chiesa – e a troppi propositi e spropositi, nella stagione della diffidenza che si fa paura, scoramento e respingimento. Sfiducia in persone e valori, rifiuto della fraternità con ogni altro essere umano e soprattutto con chi è più fragile e ferito, svuotamento della speranza e dell’amore che vengono da Dio e che alimentano quell’«umanesimo concreto» che ci riconcilia con noi stessi e ci fa comprendere qual è il nostro giusto posto nella «casa comune».

Unità nella Chiesa, dice dunque Bassetti. Attorno a papa Francesco, accogliendo e offrendo come il Successore di Pietro chiede il Vangelo della vita e della gioia, perché le comunità cristiane hanno un solo vero «termometro»: la «missione». E ognuno deve fare la propria parte, persone consacrate e fedeli laici, non nella uniformità ma nella multiforme solidarietà. E non dimenticando mai che la prima prossimità per un cristiano è quella con i poveri. Tutti i poveri, senza distinzioni. L’arcivescovo di Perugia trova una sintesi perfetta in uno scritto di don Primo Mazzolari: «Non avrei mai pensato che in terra cristiana, con un Vangelo che incomincia con “Beati i poveri”, il parlar bene dei poveri infastidisse tanta gente, che pure è gente di cuore e di elemosina». E commenta «Parole che sono attualissime perché la povertà, ancora oggi, è uno scandalo da nascondere e da occultare. Andare verso i poveri, invece, è inequivocabilmente una questione che investe la fede e che si riflette nel modo di vivere la Chiesa».

Unità nella partecipazione alla vita sociale. Nella quale, sottolinea il presidente della Cei, lievita da tempo una grande «questione antropologica». E sprona a fronteggiare le disumane e disumanizzanti tentazioni e imposizioni – Bassetti non usa queste esatte parole, ma lì il suo ragionamento conduce – della tecnoscienza e di ogni suprematismo, per far crescere invece la «cultura della carità» che rappresenta l’antidoto alle culture dell’«indifferenza» e «dello scarto» che si accompagnano sempre più spesso a presunzioni tragiche e a paure che inclinano alla fobia, come quelle contro le vite imperfette e inopportune di bambini non ancora nati, di anziani inutili o di diversi per pelle e storia. Perché gli impauriti vanno abbracciati, consolati e, se necessario, scossi, ma gli spacciatori della droga della paura e della xenofobia vanno denunciati e fermati.

Unità nella proposta alla politica. Politica che bisogna saper fare e interpellare secondo priorità chiare. E non è affatto un caso che le priorità politiche che il cardinale presidente torna a indicare siano tali anche nell’azione pastorale della Chiesa: lavoro (grande tema del cammino della 48° Settimana Sociale dei cattolici che si concluderà tra un mese a Cagliari), famiglia (con la ricezione e l’attuazione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco) e giovani (protagonisti del nuovo Sinodo convocato dal Papa). Politica che è necessario spingere a scelte lungimiranti: dalla valorizzazione dei talenti, spesso umiliati, dei nostri ragazzi all’impegno, anche con i «corridoi umanitari», per stroncare il traffico di persone nel Mediterraneo e per avviare saggi programmi di integrazione dei migranti; dal giusto riconoscimento della cittadinanza dei nuovi italiani al “fattore famiglia” per sostenere i nuclei con figli.

C’è infatti bisogno di «prudenza, pazienza e generosità» per «rammendare il tessuto sociale dell’Italia». Ecco perché ai credenti non è dato di dividersi in «cattolici della morale » e «cattolici del sociale». Non è cioè possibile, avverte Bassetti, «prendersi cura dei migranti e dei poveri per poi dimenticarsi del valore della vita; oppure, al contrario, farsi paladini della cultura della vita e dimenticarsi dei migranti e dei poveri, sviluppando in alcuni casi addirittura un sentimento ostile verso gli stranieri». Parole che tengono acceso un prezioso «faro dell’azione politica e sociale dei cattolici», mentre le ombre si addensano e non pochi, purtroppo, rischiano di perdere l’orientamento. Per questo non ci si può stancare di testimoniare che se vogliamo davvero costruire un futuro buono e giusto, nessuna vita può essere “fatta a pezzi”, e nessuna difesa della vita.

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