lunedì 31 agosto 2015
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Come sempre nella storia, oggi più che in passato, utopia e realismo politico paiono confliggere. A proposito delle migrazioni verso l’Europa, da molte parti, in questi giorni, ci viene ricordato che princìpi morali e politica secolare hanno compiti e vocazioni diverse; e che i primi devono tradursi in un’articolata mediazione politica, che non smarrisca l’orizzonte cui tendere ma che si concili con le esigenze e le sostenibilità delle comunità nazionali europee.Da un lato, abbiamo il messaggio universalistico, che la Chiesa di papa Francesco predica con ammirabile coerenza e vigore. Il dovere di ospitalità – ci ha ricordato Luigino Bruni su queste colonne – come "fondamento" della civiltà occidentale, come prima pietra per uscire dalla barbarie dell’<+CORSIVOA>homo homini lupus<+TONDOA>. Il non tornare ad essere Polifemo, immagine antica della disumanità «perché divora i suoi ospiti invece di accoglierli». La fedeltà all’insegnamento evangelico: «Ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito». La gratuità dell’accoglienza, pur senza reciprocità. L’ospitalità come «bene comune». Come valore assoluto che «viene prima di tutte le politiche e le tecniche per gestirla e renderla sostenibile». Dall’altro lato, c’è la consapevolezza che, proprio per render concreto il messaggio universalistico, di quelle politiche abbiamo terribilmente bisogno. Perché come tutti i beni comuni, l’accoglienza è fragile e facilmente aggredibile. E, come l’acqua, bene prezioso per eccellenza, ha bisogno di essere rispettata e al contempo incanalata, governata con pazienza e intelligenza, perché nessuna la veda come nemico. Questo governo spetta alla politica.Anche la generosità deve essere realisticamente disciplinata, se si vuol evitare la totale dissipazione di quel patrimonio prezioso che è la coesione sociale. Questo non significa pensare di potersi arroccare dentro le mura di una cittadella assediata, come molti in Europa ancora credono. Se è vero che – ricorda il presidente della Commissione europea Juncker – «è poco realistico pensare di aprire semplicemente i confini dell’Europa a tutti i vicini», è altrettanto vero che di fronte alle disparità economiche e demografiche del continente che si affaccia sull’altra sponda del Mediterraneo, l’Europa deve pensare, con maggior generosità, a come accogliere e a come governare l’accoglienza, superando le rigide regole adottate ormai venticinque anni fa. Quel che si sta muovendo negli ultimi giorni – soprattutto sul fronte tedesco con la straordinaria scelta di Angela Merkel di "sospendere" per la Germania l’applicazione del regolamento di Dublino – pare finalmente incoraggiante.La nuova tragedia umanitaria che è esplosa per la maggior frequentazione, da parte dei profughi siriani, della rotta balcanica (che dalla Turchia, attraverso Grecia, Macedonia e Serbia, arriva in Ungheria per proseguire per il Nord Europa) appare sempre più come la classica crisi da cui nascono preziose opportunità: occasione di più profonda consapevolezza che «nessun Stato può regolare le migrazioni efficacemente per suo conto» e che «l’approccio deve essere più europeo». Parole recenti di Juncker, che riecheggiano verità che l’Italia e il suo governo stanno dicendo da anni ma che fino a ieri suonavano come voce nel deserto. Finalmente, sentiamo parlare di superamento del regolamento di Dublino: in modo da rendere possibile, per i migranti identificati in un Paese europeo, trasferirsi in altri Paesi dell’Unione. Finalmente, il ministro degli Esteri Gentiloni può trovare ascolto quando dice che è insostenibile l’attuale situazione per cui le imbarcazioni di altri Paesi ci aiutano nei soccorsi in mare, ma poi portano i rifugiati solo nei porti italiani. I punti cardine di nuove regole che cerchino di coniugare utopia e realismo politico sono quelle che "Avvenire" da anni auspica. Organizzare, in Nord Africa, con una missione europea sotto egida Onu, luoghi civili di soccorso e di raccolta e canali umanitari di transito che facciano arrivare in sicurezza, nel nostro continente, i profughi cui si riconosca il diritto d’asilo, distribuendoli nei vari Paesi dell’Unione. A tal fine, ridisegnare un sistema comune di asilo europeo (con omogenee condizioni di accoglienza e sicure procedure di identificazione). Accordi di rimpatrio che rendano possibile il ritorno al Paese di origine di chi viola le regole del Paese che lo accoglie. Contemporaneamente, attuare pratiche internazionali, economiche e commerciali, capaci di liberare dalla povertà i Paesi africani e di cooperare per il loro sviluppo (ribaltando il sapore egoistico dello slogan "aiutarli a stare a casa propria"). Infine: lavorare pazientemente per costruire una condivisa cultura di legalità. Quest’ultimo punto è cruciale, perché è il pilastro per rendere accettabili politiche di ampia accoglienza a quei ceti più deboli della nostra popolazione, maggiormente esposti ai timori che l’immigrazione possa provocare il degrado dei diritti, delle regole e dei servizi sociali della nostra comunità. Comune cultura dei diritti e dei doveri come ingrediente essenziale per creare reale integrazione. Khaled Kelkal, il ragazzo franco-algerino considerato il "primo jihadista europeo", ucciso nel 1995 in uno scontro a fuoco con la polizia, in un’intervista di qualche anno prima spiegava così le ragioni che lo avevano spinto ad abbandonare il liceo in cui pure era stato ammesso con pieni voti: «Non sono riuscito a starci. Dicevo fra me che l’integrazione totale era impossibile. Loro non avevano mai visto nella loro classe un arabo. E quando mi hanno conosciuto, mi consideravano l’eccezione. Al liceo, nella mia classe, c’erano soltanto dei ricchi». Non dimentichiamolo: le buone regole non bastano. La vera integrazione sta dentro di noi e vive di gesti quotidiani; concetto che sembra alla base della stessa rinuncia a Dublino da parte della cancelliera Merkel, che ha spronato i cittadini tedeschi a contrastare in tutti i luoghi frequentati (famiglia, posti di lavoro, chiese) le idee xenofobe. Il fatto che bambini marocchini e bambini italiani giochino insieme nel campetto di un oratorio o facciano insieme i loro compiti a casa vale più della ratifica di una convenzione internazionale contro il razzismo. Da questo punto di vista, l’Italia è ricca di esperienze, di consuetudini, di un tessuto sociale fatto dell’impegno quotidiano di uomini e donne, che ne costituiscono un prezioso patrimonio. Il passaggio dall’utopia alla concretezza della politica quotidiana cammina anche sulle loro gambe.
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