Nell'idea di fiducia c'è una grande questione etica
di Bruno Forte
Dopo la decisione dell’Istituto Treccani che l'ha scelta come parola dell’anno è bene ricordare come ognuno di noi per avere «fiducia» abbia bisogno degli altri

L’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Giovanni Treccani - del cui Consiglio Scientifico ho fatto parte per diversi anni - ha scelto «fiducia» come parola dell’anno perché, come si legge sul suo sito, in un tempo «segnato da incertezze geopolitiche e sociali, la fiducia emerge come risposta essenziale al diffuso bisogno di guardare al futuro con aspettative positive». Si tratta di un desiderio fondato «sulla forza delle relazioni umane: sviluppare legami solidi, affidabili e duraturi non solo tra individui, ma anche tra i cittadini e le istituzioni». Anche nel linguaggio della politica la fiducia è una parola decisiva: è a colpi di fiducia votata in parlamento che è passata - e passa tuttora - molta della storia del nostro Paese. È sull’affidabilità della fiducia riposta in un protagonista delle decisioni che riguardano il bene comune, che dovrebbe misurarsi la sua credibilità e garantirsi il suo successo. Senza fiducia non funzionano le istituzioni e l’organizzazione della vita pubblica non può andare avanti: non a caso, i sociologi parlano di fiducia sistemica o istituzionale, riferendosi a quella riposta dagli attori sociali nei meccanismi e nei protagonisti che fanno muovere la vita sociale e gestiscono la sua organizzazione. È sull’aspetto etico dell’idea di fiducia, però, che vorrei brevemente soffermarmi.
Se a livello istituzionale è decisivo il dare o negare la fiducia, non può non esserlo al livello personale di chi si getta nell’agone politico con l’idea di apportarvi un contributo degno della fiducia riposta dagli elettori nella sua persona e/o nel raggruppamento partitico cui appartiene: un politico che dimostri di non meritare la fiducia che gli è stata data da chi lo ha eletto non potrà esercitare con rettitudine il mandato ricevuto. La domanda sulla valenza etica delle scelte che hanno portato a tanti e frequenti «cambi di casacca» è quanto mai legittima: quale fiducia si può riporre nelle promesse e nell’affidabilità di chi si comporta così? Quale rappresentatività sarà in grado di assicurare rispetto a quanti hanno delegato a tali persone la loro rappresentanza nella gestione della cosa pubblica? Le domande diventano ancora più esigenti se ci si trova di fronte a protagonisti di cui è stata accertata l’infedeltà alla legge o l’interesse privato in atti di ufficio. In democrazia è diritto-dovere del cittadino tenere gli occhi ben aperti e di conseguenza il poter accedere a notizie sicure per non essere escluso dai meccanismi di valutazione di comportamenti che interessano tutti. Vale qui il principio per cui «quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet» - «quello che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato e approvato» (Decretales, Liber sextus, 5, 12, 29). Anche se diversi sono i livelli decisionali, essi restano comunque tutti legati dal filo rosso, che è appunto la fiducia data di grado in grado a chi rappresenta il livello che lo esprime.
L’esigenza di rapporti di fiducia vale non meno nelle relazioni interpersonali: si potrebbe dire che chi non dà o non merita fiducia nel piccolo, tanto meno saprà darla o meritarla nel grande. In ogni ambito di vita tutti siamo posti nella condizione di doverci fidare di altri, confidando in possibilità altrui o proprie, con atti di fiducia senza i quali verrebbe meno ogni sentimento di sicurezza nella vita. Non si tratta di essere eccessivamente garantisti, perché - come osserva il pensatore francese Fabrice Hadjadj - «la fiducia, come ogni atto di amore, non si colloca né in piena luce né nelle tenebre, ma in una penombra». Non di meno, però, è necessario a tutti potersi fidare di altri, poter confidare in qualcuno e perfino potersi affidare a chi ci pare certo che non ci tradirà. La fiducia è in tal senso un altro nome dell’amore, senza cui nessuno può vivere e dare senso alla vita. Così, è decisivo in campo educativo dare fiducia, perché chi viene educato non vacilli mai nella stima di sé, sia pur temperata dalla necessaria umiltà. Si colloca in questa luce anche il bisogno di avere fiducia in sé stessi, decisiva per vivere, perché senza fiducia in sé stessi neanche il patto sociale potrà reggersi. Per avere fiducia, però, ognuno ha bisogno degli altri: e perciò è tanto prezioso il dono di credere nel Dio che amandoci ci dà fiducia e ci rende capaci di amare. Solo un amore che «mette le ali» (Is 40,31) sostiene nel tempo della prova e rallegra con l’olio della consolazione, di cui tutti - nessuno escluso - abbiamo bisogno per vivere e dare valore alla vita, nostra ed altrui. Che a nessuno manchi allora la fiducia, e che nessuno la tradisca. È forse questo l’augurio più urgente da fare a tutti per l’anno che inizia.
Monsignor Bruno Forte è Arcivescovo di Chieti-Vasto
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