Chi vuole vincere annientando l'avversario prepara una nuova guerra
Papa Leone XIV ci ha ricordato che il compito più difficile non è scegliere da che parte stare, ma non lasciarci trascinare nella logica della guerra come destino

Papa Leone XIV ha detto in questi giorni in cui le trattative fanno filtrare qualche spiraglio di luce: «Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici». Sono parole forti e sorprendenti perché arrivano in un tempo in cui la corsa al riarmo viene spesso descritta come inevitabile, e in cui ogni richiamo alla diplomazia rischia di essere bollato come ingenuità o cedimento al nemico. Da economista verrebbe da dire che ogni guerra, prima ancora che una scelta politica o militare, è tragicamente inefficiente ed è un errore di “teoria dei giochi”. È la decisione di leggere il mondo come un grande tavolo da poker, dove se io vinco tu devi perdere e le risorse sono fisse e l’unico modo per star meglio è strappare qualcosa a qualcun altro. È il riflesso paleolitico del gioco a somma zero. Abbinato alla tentazione di credere che la forza sia l’unico linguaggio possibile, e che il futuro si costruisca con la paura.
Eppure noi – l’Occidente, l’Europa, l’esperienza storica nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale – siamo figli di un’intuizione radicalmente diversa: la civiltà del gioco a somma positiva. Se guardiamo alla traiettoria di lungo periodo, la storia della civiltà umana è stata soprattutto un processo a somma positiva: non si spiegherebbero altrimenti la crescita della popolazione mondiale (da 230 milioni a più di 8 miliardi in 2000 anni) e l’aumento dell’aspettativa di vita di circa mezzo secolo nel Novecento, ottenuti grazie a conoscenza, cooperazione, istituzioni e innovazione. E proprio per questo la guerra è sempre un gigantesco passo indietro. L’Europa poi in particolare non nasce perché qualcuno ha vinto e qualcun altro ha perso, ma perché alcuni leader, dei paesi vinti e vincitori, hanno capito che si poteva uscire dalla schiavitù della guerra trasformando carbone e acciaio, da materie contese per cui combattersi, in beni condivisi da cui partire per cooperare. Hanno capito che la torta può crescere. Che istituzioni, fiducia, cooperazione creano valore: che uno con uno fa più di due mentre uno contro uno può solo distruggere.
Oggi rischiamo di dimenticarlo in un mondo che assomiglia più alla prima metà del ’900 che al futuro. In questo contesto la missione dell’Occidente non è precipitare anche noi nella logica a somma zero, ma riportare il mondo, con pazienza e realismo, nella logica a somma positiva. Questo non significa ingenuità. Difesa e deterrenza sono necessarie: la pace non è disarmo unilaterale davanti all’aggressione. Ma deterrenza e difesa devono avere uno scopo preciso: tornare il prima possibile alla non belligeranza, ricostruire un equilibrio imperfetto ma stabile che impedisca l’escalation. Non possono diventare il pretesto per una guerra ad oltranza in cui l’obiettivo implicito è “vincere” nel senso assoluto del termine, annichilire l’avversario, cancellare la sua possibilità di tornare al tavolo. Perché quel tipo di vittoria, nella storia europea, raramente ha portato pace: spesso ha preparato la guerra successiva. Un accordo di pace in questo momento, anche imperfetto, sarebbe fondamentale. La giustizia assoluta – l’idea che ogni aggressione debba essere punita in modo totale, che ogni torto debba essere riparato integralmente, che ogni ingiustizia nel mondo debba essere risolta con le armi – rischia di diventare un idolo. E gli idoli, nella storia, chiedono sempre sacrifici umani. Spesso i sacrifici dei giovani.
Ecco perché dobbiamo tornare a dire, senza vergogna, che il mondo contemporaneo ha alternative al gioco a somma zero. La produttività cresce grazie all’innovazione. Le comunità reali e digitali possono essere luoghi di cooperazione e di creazione di valore. I beni relazionali – fiducia, cooperazione, reciprocità – sono la vera infrastruttura del benessere. È questo il terreno su cui si vince la competizione globale, non sulla conquista di terre o sull’umiliazione dell’avversario. Papa Leone XIV, chiamando “disarmata” la pace, ci ha ricordato che il compito più difficile oggi non è scegliere da che parte stare, ma scegliere di non lasciarci trascinare nella logica della guerra come destino. La pace non è un lusso per anime belle: è la più grande innovazione istituzionale della modernità occidentale. E oggi è anche il miglior investimento di sicurezza. Per una parte della generazione anziana, che ha vissuto la pace (anche se sostenuta da difesa e deterrenza), sembra quasi un successo, nel mondo dei droni e delle tecnologie, mandare al massacro i giovani in una guerra di trincea novecentesca. In realtà è vero il contrario. Non riuscire a creare con diplomazia e accordi le condizioni per evitarla sarebbe il loro e il nostro più grande fallimento. E le generazioni future ce ne chiederebbero conto.
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