sabato 7 gennaio 2017

Tenere i nervi saldi. È la raccomandazione che dobbiamo fare a noi stessi in queste settimane, di fronte alle quotidiane notizie di attentati e (a Berlino) del coinvolgimento di persone accolte in Europa come profughe. Lo scriviamo da anni: legalità e solidarietà devono marciare insieme.

Garantire maggiore sicurezza significa creare le fondamenta di una condivisa politica di ampia inclusione e accoglienza. Coniugare diritti e doveri, cultura della legalità e capacità di includere nuove popolazioni, consentendo che diverse culture entrino in rapporto, arricchendosi tra loro, è l’orizzonte dell’Europa del futuro. Ma una seria politica di tutela della sicurezza non può fondarsi su parole d’ordine illusorie.

Abbiamo, da vent’anni, un problema strutturalmente legato alla normativa che regola gli ingressi degli stranieri che vengono in Italia in cerca di lavoro: attesa dei "decreti flussi" (ormai scomparsi), chiamata nominativa, visto d’ingresso. Un meccanismo astratto, fondato sull’idea che domanda e offerta di lavoro si incontrino all’estero, destinato a creare una "clandestinizzazione" di massa. Per questo abbiamo giudicato un errore il «reato di clandestinità», che schiaccia contro il muro dell’illegalità prevaricatori e vittime, delinquenti e donne e uomini giunti in Italia per cercar lavoro.

Dall’estate 2015 l’emergenza profughi ha però enormemente aggravato queste difficoltà. Tutti sollecitiamo misure che abbrevino i tempi (oggi lunghissimi) per la valutazione del diritto allo status di rifugiato, richiesto in massa dai nuovi migranti: in primo luogo aumentando il numero delle commissioni chiamate a decidere. Ma non ci nascondiamo che, al termine dell’iter, rimane aperto il problema di che fare dei tanti stranieri (oltre la metà dei richiedenti) che non ottengono né lo status di rifugiato né il cosiddetto «permesso umanitario». Ieri ci chiedevamo se fosse giusto espellere tanti stranieri che in Italia lavoravano in modo onesto, ma formalmente irregolare. Oggi questa domanda riguarda decine di migliaia di persone giunte sui barconi come profughi e a cui lo Stato non ha riconosciuto tale qualifica. Su questo, la discussione tra i cittadini italiani è aperta e aspra.

A chi vuole accogliere con maggiore generosità viene rinfacciato che princìpi e valori come fratellanza e solidarietà non possono automaticamente diventare legge dello Stato. Noi preferiamo affermare che, se questo è vero, tali valori devono essere calati nelle leggi con l’indispensabile mediazione della politica, che li declina in articolate politiche sociali e in norme sostenute dal consenso dei cittadini. Ma questa discussione, cui non ci sottraiamo, rischia di essere teorica. Perché, sarà pur vero che – come ogni giorno ci viene ricordato – «non possiamo accoglierli tutti». Ma è altrettanto vero che non possiamo espellerli tutti. Può piacere o non piacere. Ma è così. La procedura di espulsione è complessa, lunga, costosa: comporta la precisa identificazione della persona (quasi sempre priva di documenti), il rilascio, da parte dello Stato di destinazione, del cosiddetto "lasciapassare" al suo rientro in patria, e infine l’organizzazione del viaggio.

Il "lasciapassare" è, normalmente, l’ostacolo più serio. Come sa bene il Ministro dell’Interno che in questi giorni ha intrapreso una paziente opera diplomatica per ottenere l’indispensabile maggiore collaborazione da parte degli Stati del Nord Africa. Per rendere fruttuosa la procedura di espulsione è necessario che la persona sia trattenuta. A questo servono i Centri di identificazione ed espulsione (Cie), che devono tornare alla funzione prevista dalla legge Turco-Napolitano del 1998: luoghi di breve privazione della libertà, in cui non siano sacrificati altri diritti della persona. Una sacrosanta legge dell’ottobre 2014 (n. 161/14) ha ridotto a tre mesi il periodo massimo di detenzione nei Cie, che in passato era stato dilatato sino a 18 mesi! La difficoltà e dispendiosità delle espulsioni dovrebbero indurci a partire da ciò che non ci divide.

Dovendo necessariamente darci delle priorità nelle espulsioni, è naturale concentrare gli sforzi per l’allontanamento, effettivo e non solo cartaceo, degli stranieri che si siano resi colpevoli di reati gravi, utilizzando il loro periodo di detenzione in carcere anche per preparare la loro espulsione (in tal modo rendendo quasi superfluo un loro successivo soggiorno al Cie). Vicende come quella di Amri – che dopo una non breve carcerazione per reati comuni fu colpito da un ordine di espulsione mai eseguito – non devono più ripetersi. Sono vicende come questa ad alimentare i veleni dell’intolleranza e del rifiuto verso tutti gli stranieri, di cui fanno le spese sempre i più deboli.

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