sabato 9 maggio 2015
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Sviluppo, ecologia, metropoli del futuro. Non è difficile intuire cosa ci aspetta. E la ragione è che il modello di vita di un domani molto più vicino di quanto si pensi, è già oggetto di sperimentazione. Il punto fermo attorno al quale ruota ogni tipo di ipotesi è la mobilità. Tutte le analisi concordano: spostarsi è (e resterà) il problema principale da affrontare. Come farlo in un contesto sempre più geograficamente concentrato e congestionato (almeno 50 città al mondo raggiungeranno i 10 milioni di abitanti entro il 2030, la metà delle quali in Cina), con quali mezzi, e con che tipo di integrazione con le abitazioni e il contesto metropolitano, sono le domande alle quali si cerca di rispondere. Così sta diventando una tendenza diffusa quella di creare città-modello per sperimentare nuove forme di vita e mobilità direttamente su gruppi di persone. Si tratta di progetti per certi versi inquietanti, da “Grande fratello” orwelliano, a metà strada tra un’utopia urbana e una versione in stile Terzo Millennio di “Tempi moderni”. E la ragione principale è che questi test a lunga scadenza vengono proposti ed effettuati direttamente su gruppi di persone che sono preferibilmente dipendenti stessi delle aziende che li creano.   L'esempio più famoso e consolidato è Toyotacity, progetto storico del gigante giapponese dell’industria automobilistica, nei pressi di Nagoya nell’isola di Honshu, che si è trasformata in un laboratorio su scala urbana dove Toyota testa le ultime novità produttive sui suoi dipendenti, come un sistema di trasporto in comune e abitazioni ultra ecologiche. Sin dagli anni ’70 il gruppo giapponese porta avanti orgogliosamente l’idea di farsi carico di tutti gli aspetti della vita dei suoi operai. Ad iniziare dalla casa “intelligente” che offre loro a Toyota City, che produce energia grazie ai pannelli solari piazzati sul tetto. Su schermi appositi, gli inquilini controllano in tempo reale i consumi di elettricità.  Un’altra sperimentazione allo studio riguarda le modalità di trasporto. L’idea è mettere a disposizione degli abitanti di Toyota City biciclette, scooter e minicar elettriche ma in chiave multimodale. Nel senso che una App indica all’utilizzatore il mezzo più rapido ed ecologico per raggiungere la destinazione, autobus e treni compresi. «Il sistema – ha spiegato Toshiya Hayata, responsabile del progetto – permette di trovare un equilibrio tra l’auto privata e i trasporti pubblici, fluidificando la circolazione. Gli ingorghi diminuiranno, come le emissioni di CO2 e tutte le attività urbana prenderanno nuovo vigore». La città, che una volta si chiamava Koromo, 50 anni fa ha assunto i caratteri odierni. Le 10 fabbriche automobilistiche ne hanno fatto un simbolo dell’industria del settore. A detrimento di altri aspetti, non meno importanti e qualificanti dell’area urbana e dei dintorni. «La città è coperta al 70% da boschi – sottolinea Toshihiko Ota, sindaco di Toyota City –. Siamo i primi produttori di riso della prefettura di Aichi e coltiviamo anche uva e pere. Siamo la città dell’auto, ma non solo. Toyota City è un luogo molto meno astratto di quanto si pensi». Ma qualunque analisti sul futuro della mobilità e la sua interazione con la vita di tutti i giorni, non può prescindere dalla valutazione delle tendenze in atto.  È già da tempo cambiato, e ancor più è previsto che cambi nei prossimi anni, l’approccio stesso della popolazione mondiale nei confronti delle automobili. Il concetto di “proprietà” e la sua importanza a livello mentale ed economico, stanno progressivamente scemando a favore del concetto di “uso”. L’auto dunque come mezzo e non più come fine, filosofia che sta poi alla base del grande successo del “car sharing”, la nuova moda dell’auto condivisa che sta rivoluzionando la mobilità urbana. Un sistema molto apprezzato dalle nuove generazioni di automobilisti che, di norma, non dispongono dei fondi necessari per l’acquisto di un’autovettura e sono molto più propensi all’uso dello smartphone per la gestione e l’utilizzo dei servizi dell’auto in condivisione.   Secondo la ricerca condotta da Alix Partners, in Europa nei prossimi anni è previsto un aumento considerevole dei veicoli destinati al car sharing: nel 2017 saranno 70 mila, fino ad arrivare a 130 mila nel 2020. Gli utenti che nel 2020 decideranno di utilizzare sistemi di trasporto condiviso saranno 8 milioni, il doppio di quanto previsto negli Stati Uniti, dove saranno 4 milioni. Altra variabile condizionante è poi legata alle previsioni sullo sviluppo tecnologico. Occorrerà ancora tempo (studi accreditati fissano il 2030 come soglia per una rivoluzione numericamente attendibile) ma quello delle auto a guida autonoma è indicato come uno scenario certo. Bisognerà attendere molto poco per verificarne gli effetti pratici: si chiama infatti M City, dove “M” sta per Michigan, negli Usa, la città interamente popolata da robot che sta sorgendo. Un luogo dove potranno scorrazzare per test senza timore di incidenti le vetture senza conducente su cui molte aziende automobilistiche e tecnologiche, da Audi, Bmw e Mercedes fino a Google, stanno scommettendo in vista di un approdo sul mercato.   M City è un’iniziativa dell’Università del Michigan: la metropoli in miniatura misurerà quasi 13 ettari, l’inaugurazione è prevista il 20 luglio prossimo alla periferia di Detroit. «Siamo stati inondati di richieste di visite e dimostrazioni», ha spiegato a Bloomberg, Peter Sweatman, responsabile del progetto. M City è costata circa 6 milioni e mezzo di dollari ed è nata grazie alla collaborazione tra l’Università e grandi costruttori come Ford, General Motors e Toyota. Sarà messa a disposizione per le prove su strada di veicoli connessi, a guida assistita e del tutto autonomi. L’idea è quella di replicare in tutto e per tutto le situazioni tipo di una normale città, con variabili di traffico, e situazioni reali come la mamma che con il bimbo in carrozzina attraversa le strisce pedonali. Con la differenza che gli abitanti di M City saranno automi. Per il resto sarà una città in piena regola con una quarantina di edifici, incroci, un ponte, un tunnel, rampe, vie ostruite e anche un’autostrada a quattro corsie. Ovviamente i pedonirobot faranno ogni tanto capolino in mezzo al traffico per testare la sensibilità dei sensori delle vetture, senza alcun tipo di rischio per persone in carne e ossa.   «Avremo auto senza guidatore in un lasso di tempo piuttosto breve. Anche perché i legislatori potrebbero dover dichiarare fuori legge le attuali auto con guidatore perchè troppo pericolose», è stata di recente la provocazione lanciata dall’eclettico patron di Tesla, Elon Musk. Secondo uno studio del Boston Consulting Group, fra soli dieci anni il mercato della tecnologia senza conducente avrà un valore di 42 miliardi di dollari all’anno, mentre le auto che si guidano da sole potrebbero essere un quarto di quelle su strada nel 2035.
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