sabato 4 novembre 2017
Dopo lo stop del presidente Mattarella alla legge per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici dei tremendi ordigni, i dubbi sull'“errore” nel provvedimento
Mine antiuomo, quel che conta è fermare la depenalizzazione

Gentile direttore,
ho avuto modo di leggere l’articolo di Danilo Paolini sulla nota presidenziale del 27 ottobre 2017, con cui il presidente Mattarella chiede (a nostro avviso fondatamente) alle Camere una nuova deliberazione in ordine alla legge per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona e munizioni a grappolo per contrasto con l’art. 3 della Costituzione che vieta ogni irragionevole disparità di trattamento fra soggetti rispetto alla medesima condotta. Per essere più preciso e sperando di poter far insieme chiarezza utile per altro a promuovere l’approvazione del ddl con le correzioni del comma 2 art. 6 così come segnalato dalla nota presidenziale, le segnalo quanto segue in riferimento a questo passaggio del suo articolo: «Che cosa è accaduto? Che “una manina”, così la definiscono fonti qualificate, ha inserito nel testo un comma, il numero 2 dell’articolo 6, che (…)». In verità non esiste nessuna “manina” che abbia inserito quel comma e le fonti qualificate, forse così qualificate non sono e le spiego perché: il testo approvato alla Camera, per un mero errore, non aveva recepito l’articolo 7 (Sanzioni) della legge 95/2011 intervenuto con ratifica della Convezione di Oslo che si limitava a sanzioni amministrative. C’è stata quindi la mancanza di rilevazione del vulnus di carattere costituzionale da parte di tutti coloro (parlamentari, relatori, uffici studi, interlocutori della società civile) che interessati e coinvolti negli anni si sono succeduti nelle analisi e nelle relazioni del ddl in oggetto (inclusi noi come Campagna Mine e personalmente nella qualità di direttore). Inoltre è bene comprendere che la legge che prevede le Sanzioni penali è appunto quella che le ho citato sopra, la 95/2011 art.7, non quella soggetta a promulgazione. Pertanto la pur fondata nota di incostituzionalità – bloccando di fatto la legge – al momento ripropone un grave vulnus legislativo che dovrebbe essere affrontato con urgenza. Distinti saluti

Giuseppe Schiavello
Direttore nazionale della Campagna italiana per il bando delle mine antiuomo

Gentile direttore Schiavello,
la ringrazio innanzi tutto, anche a nome del direttore Tarquinio, per l’attenzione che riserva ad “Avvenire” evidentemente pari a quella che da decenni il nostro giornale riserva a ogni iniziativa per il disarmo e per far crescere cultura e pratiche di pace e, in particolare, alla Campagna per il bando delle mine antiuomo. La ringrazio anche per la lettura specialmente acuta che ha dedicato al mio articolo, e prendo atto volentieri delle sue precisazioni. Vorrei avere le sue certezze sul reiterato “mero errore”, ho le mie buone fonti che non sono infallibili (come tutti noi), ma delle quali lei non può permettersi di mettere in dubbio l’attendibilità e l’autorevolezza (anche perché significherebbe mettere in
dubbio la mia professionalità). Non ci sarà stato l’intervento di alcuna “manina” misteriosa, anche perché i soggetti che hanno “mancato di rilevare il vulnus” e che lei elenca sono tutti noti e arcinoti, e quindi, siamo stati al cospetto di un’enorme svista da parte di tutti gli “addetti ai lavori”, inclusa la Campagna di cui lei è rappresentante. Tuttavia, la sostanza non cambia: il nuovo testo di legge che, come lei, anche noi di “Avvenire” auspichiamo venga al più presto corretto, avrebbe determinato – cito la nota ufficiale del Quirinale – «la depenalizzazione di alcune condotte oggi sanzionate penalmente» a favore di «determinati soggetti che rivestono ruoli apicali e di controllo (per esempio i vertici degli istituti bancari, delle società di intermediazione finanziaria e degli altri intermediari abilitati)». Questo è il problema, ed è bene che ci si appresti a risolverlo.

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