martedì 15 gennaio 2013
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Un sessantenne muore per infarto nel suo garage. Si chiude così, in modo normale, quasi banale, un pezzo drammatico della nostra storia. Da ricordare. Memoria da non perdere. Questa morte così silenziosa è un tuffo in un passato rumoroso. Anni di piombo, sequestro Moro, Brigate rosse. Quel sessantenne è Prospero Gallinari, brigatista della prima ora. Una storia, a suo modo, coerente. Emilia Romagna, famiglia contadina e comunista, la "resistenza tradita", poi il salto nella lotta armata. Più uomo d’azione che ideologo. Spara in via Fani contro la scorta del presidente della Dc, poi per 55 giorni ne è il carceriere. Secondo una prima versione è lui a ucciderlo il 9 maggio 1978, ironia della sorte anche allora in un garage. Per un’altra versione alla fine non se la sentì, lasciando il compito finale ad altri compagni. Ma non cambia certo idea. Pervicace fino in fondo nelle sue scelte di morte. Al momento della cattura spara e viene gravemente ferito. Irriducibile in carcere e anche quando ne esce – lo ricordo bene in assemblee studentesche anni 90 –, pur se ammette pubblicamente che le Br hanno perso, hanno perso la loro guerra. Guerra, però, dichiarata unilateralmente. Sparando su chi non sapeva di essere in quella guerra. Ma guerra fu, con tanti, troppi morti. Con reduci che hanno continuato e continuano a ritenersi tali, proprio come Gallinari. Ricordi che sfocano in chi quei giorni ha vissuto. Malgrado sangue e dolore. Fatti che si confondono nei giovani, che non trovano né a scuola né tra gli adulti un aiuto per capire. Confondendo brigatisti e mafiosi, ignorando un pezzo fondamentale della nostra storia. È più facile dimenticare. Forse anche più comodo non fare i conti con quegli anni, avvolti ancora da più o meno fitti misteri. Invece la memoria è un dovere. La memoria sono quei cinque nomi della scorta di Aldo Moro: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. La memoria è quella "sedia vuota" in tante famiglie delle vittime del terrorismo. La memoria è anche un pezzo di quella generazione che, tra follia e lucidità, gettò disperatamente nella violenza, o fu spinta a farlo, la propria voglia di cambiamento. La memoria è uno Stato che quella guerra vinse, con fermezza e umanità. Proprio quella umanità che i brigatisti annullarono a colpi di mitra. Quell’umanità che proprio a Gallinari ha permesso di lasciare il carcere per curarsi meglio. Ma anche ad altri di scegliere un vita nuova, di silenzioso riscatto. Spesso con l’aiuto dei familiari delle loro vittime e la vicinanza di sacerdoti e di suore. Così lo Stato ha vinto, non solo con le leggi speciali e il pentitismo che sicuramente furono preziosi. Alla violenza si è risposto con le migliori qualità di questo Paese, che hanno isolato e disinnescato quella bomba. Al punto che il drammatico ritorno delle Br con gli omicidi D’Antona e Biagi è sembrato solo una tragica, brutta e parzialissima copia. Ma la memoria è anche una storia che poteva essere diversa, se i brigatisti non avessero scelto come "nemici", come "obiettivi" proprio quegli uomini – politici, magistrati, professori, sindacalisti, giornalisti – che stavano provando a capire le richieste di cambiamento e a tradurle in scelte riformiste. Per questo è importante ricordare, non perché ci possano essere rischi di ritorni. La storia, per fortuna, non è più quella di allora. E le pur forti tensioni sociali, accompagnate anche da gesti violenti, sono lontanissime da quei giorni. Ma un Paese che non ricorda non è un Paese che guarda al futuro. E non può essere solo una notizia di cronaca minore, come quella di ieri, a obbligarci a ricordare.
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