Mariarosa che lascia l'aula vuota e una maturità arrivata in anticipo
giovedì 20 luglio 2017

Caro Avvenire,
più di due anni fa, nel marzo 2015, veniva a mancare con una morte tragica e inaspettata, alla età di soli 17 anni, una mia alunna che allora frequentava il terzo anno del liceo classico 'Aldo Moro' di Manfredonia. Il suo nome è Mariarosa. In questi giorni, se fosse rimasta in vita, si sarebbe diplomata come è accaduto ai suoi amici di classe. Ho voluto ricordarla con questo breve pensiero. «Quando si parte insieme per arrivare a una meta, e, giunti, manca qualcuno, allora ti ricordi di chi manca. Sono tornato con la mente a quanto è capitato tre anni fa, quando, con la tua prematura dipartita ci hai costretti a maturare prima del tempo... prima del diploma. Prima che le prove orali e scritte ci sfidassero, e i numeri e i voti chiudessero questo percorso, tu ci hai messi di fronte a una prova ben più grande: perderti. Hai aperto in noi tutti una ferita che ci ha riportati al punto zero della vita. Punto di leva o di ulteriore caduta. Ci hai costretti a fare i conti con la tua assenza, con il vuoto che hai lasciato. Ma le tracce da te sparse ti hanno resa sempre presente tra i banchi e tra di noi. Sei stata tu la nostra prima prova. E molti di noi sono stati costretti a diventare 'grandi' prima del tempo. Ci hai insegnato a perdere, ma proprio perché ci hai insegnato a perderti ora possiamo ritrovarti. Siamo giunti a questo traguardo mentre tu ci eri arrivata prima di noi. E non per avere un pezzo di carta, in voto, ma per avere un posto nella vita di ciascuno di noi. E poiché il tuo volto è sempre tra noi, ora sappiamo che i nostri volti sono anche i tuoi. E se siamo volti e non voti, anche tu con il tuo lo sei sui nostri. Buon Diploma Mariarosa. Il tuo prof».

Michele Illiceto, Manfredonia docente di filosofia

In una classe di un liceo pugliese si compie il rito della Maturità. L’affanno degli ultimi giorni di ripasso, l’ansia, il caldo, la solidarietà fra compagni che sono ormai vecchi amici. E poi le prove, l’orale, e la liberazione festosa: maturi. Ma, qualcosa in quella classe manca. Anzi, manca qualcuno. Manca lei, che aveva 17 anni, e che per i ragazzi del professor Illiceto è stata la prima grande prova. Una coetanea che una mattina non viene a scuola, che non verrà più. Più tragico ancora: è stata una sua scelta. Uno di quegli atroci 'no' di adolescenti che lasciano tutti, attorno, storditi, come colpiti da una micidiale clava: a chiedersi perché, e perché non si erano accorti di niente, e cosa mai può spingere una ragazzina nel fiore dei suoi anni a voler morire. Ci hai fatti maturare ben prima del diploma, scrive il suo professore: «Hai aperto in noi tutti una ferita che ci ha riportati al punto zero della vita. Punto di leva o di ulteriore caduta». Una ferita, certo, un taglio come vibrato da un coltello affilato. Non è più la stessa, una classe di adolescenti, se una di loro se ne è andata a quel modo. Tutto il resto, lo studio, le amicizie, il mondo virtuale, gli amori, da quella morte per qualche tempo è stato forse come pietrificato. Riportato a un punto zero: quello delle domande fondanti, quelle del senso, del destino, di Dio. Domande che davvero, e soprattutto a diciotto anni, possono essere una leva, un punto di rinascita e di ripartenza con uno sguardo nuovo, oppure anche l’affossamento nel nichilismo, nel cinismo. La memoria di quella voce, di quel volto sempre presente nell’aula, come una domanda in più rispetto a quelle poste dalle materie di studio, ma una domanda più radicale, più estrema. E ora che il diploma i compagni di Mariarosa l’hanno conquistato, ora che il rito è compiuto, ora che si è festeggiato, al suo professore appare chiaro che quella loro 'maturità' è passata anche attraverso l’alunna che un giorno non è più venuta. È una maturità più grande, perché provocata e vagliata dal fuoco delle domande ultime: quelle che fanno crescere i ragazzi, e li fanno diventare uomini. Il taglio, la ferita rimarranno come un’orma dentro di loro. Noi spesso ci si immagina che sarebbe bello per i nostri figli non subire ferite, non dover affrontare perdite e dolori. Ma forse non è proprio così. Dio, diceva lo scrittore francese Emmanuel Mounier, «passa attraverso le ferite». Ciò che manca, ciò che sembra perduto è spesso la via attraverso la quale Dio si presenta. È l’augurio che possiamo fare ai compagni di Mariarosa, l’amica che un giorno non è più tornata sui banchi, e ha lasciato l’aula così vuota.

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