Dieci anni per la Chiesa e il Paese
martedì 21 marzo 2017

Non sono molti, oggi, nel nostro Paese ad avere la consapevolezza, la lucidità e il coraggio di individuare le radici della “decrescita infelice” che continua a mortificare lo slancio e la creatività degli italiani e a minare le basi valoriali e le preziose reti familiari e solidali che ancora fanno singolarmente resiliente il nostro popolo. E meno ancora sono coloro che dall’onestà e dalla profondità dell’analisi fanno discendere una scala ascendente di priorità utili a rispondere alle giuste attese dell’Italia reale, cioè alle giuste e vere domande sul presente e sul futuro comuni della gente semplice e vera. Qualche buon politico (ce ne sono ancora, ce ne sono sempre, e non in un partito solo), studiosi spesso inascoltati, imprenditori generosi, intellettuali non narcisisti. E, assieme a loro, i nostri vescovi. Con grande sensibilità popolare, perché profondamente ecclesiale.

E con coscienza civile specialmente – e per qualcuno, a digiuno di storia patria, forse stranamente – acuta. Angelo Bagnasco, cardinale, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale che si avvia a concludere il servizio reso per più dieci anni alla Chiesa italiana in piena e affettuosa comunione e «compagnia» con papa Benedetto prima e con papa Francesco poi, ieri rivolgendosi al Consiglio permanente della Cei ne ha dato un’altra prova. Lavoro e famiglia, crisi demografica e condizione giovanile, sfida educativa e governo saggio dei fenomeni migratori, individualismo eccitato ed europeismo snervato sono stati al centro di una riflessione densa e aperta, del tutto realistica – a tratti in modo persino accorato – e però ricca di tenace speranza.


Bisognerebbe riprendere in mano dieci anni di «prolusioni» del cardinal Bagnasco, vescovo tra i vescovi e concittadino responsabile di ogni altro italiano ed europeo, per capire come questa “cifra” ecclesiale e contemporaneamente e sobriamente civile, perché imperniata sui valori fondanti la nostra civiltà italiana, sia frutto di una condivisione profonda di una realtà di popolo. Non ho mai dimenticato, da cronista, come il 21 maggio 2007, parlando per la prima volta davanti all’Assemblea generale dei vescovi italiani, il neopresidente Bagnasco – citando il dato oggettivo del ritorno a una massiccia distribuzione da parte della Caritas «dei “pacchi viveri” che parevano definitivamente superati…» – avesse chiamato a difendere i poveri e un ceto medio in via di impoverimento dai morsi di una crisi che ancora i responsabili della politica e dell’economia non volevano o non riuscivano a vedere e a prendere sul serio.

E non ho dimenticato neppure con quanta competenza “umana” (secondo la grande lezione di Paolo VI sullo sguardo e sul compito della Chiesa «esperta di umanità») l’uomo di Dio Angelo Bagnasco, che aveva appreso la grande lezione della solidarietà come collaborazione attiva con la Provvidenza nella sua famiglia cristiana e operaia, avesse saputo entrare nel cuore dei mali che stavano infettando il lavoro e funestando l’esistenza di lavoratori e famiglie: marginalizzazione di intere fasce di età, irregolarità, precarietà, sfruttamento anche a morte, contrapposizione tra organizzazione produttiva e commerciale e spazi di vita personali, familiari e comunitari, svalutazione e disarticolazione del “modello italiano” di legame tra attività e territori. Vivere tra la gente e con la gente apre gli occhi, e insegna l’umiltà dell’ascolto, la sola che – torna a dire il presidente della Cei nell’Italia del 2017 – può far sentire e capire il «grido» della «sofferenza insopportabile» dei defraudati di lavoro, di dignità, di fiducia, di famiglia e di futuro.


Dieci anni dopo, a questo siamo. Ci sono stati alcuni passi avanti e diversi passi indietro, tant’è che il tunnel della crisi visto dalla parte della gente semplice è tutt’altro che finito.

E, intanto, constata il cardinal Bagnasco, persistono sottovalutazioni gravi delle reali priorità popolari da parte di un mondo politico 'distratto' che magari si concentra su temi delicatissimi come quello dell’affievolimento del principio dell’«indisponibilità » per chiunque della vita umana, ma non s’impegna a fondo per ripristinare adeguati canali di comunicazione con i cittadini. Permane, così, un preoccupante clima di sfiducia e domina una «litigiosità» che addirittura induce tanti a pensare, sbagliando, che la soluzione sia quella «qualunquista» di «ghigliottinare lo Stato». Che tutto questo venga ascoltato e, capito, oggi, sulla prima pagina del giornale d’ispirazione cattolica, quello che spesso e volentieri viene definito «dei vescovi», può sembrare scontato e per nulla sorprendente. E sia pure.

Ma ciò che davvero sorprende è che la denuncia della fatica ingiusta della 'decrescita infelice' – alla quale, da almeno un decennio, anche (e per certi versi soprattutto) la Chiesa italiana sa dare voce e argomenti forti – continui a non essere ascoltata e capita da troppi tra coloro che hanno il dovere di fronteggiare la «prima e assoluta urgenza» per la nostra gente. È una verità semplice: chi non ascolta non ha risposte giuste.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI