Più grandi del nostro destino
sabato 5 gennaio 2019

Come l’istinto del male cerca di sedurre l’uomo al peccato, così cerca di sedurlo a diventare troppo giusto
Martin Buber, Storie e leggende chassidiche


Il discorso civile è ricco e buono quando riusciamo a dire "tu" a molte persone, che aumentano e diventano più vere con il crescere degli anni. Questa buona legge universale conosce però poche e decisive eccezioni, dove è necessario che il "tu" sia uno solo. I matrimoni, ad esempio, hanno inscritta nella loro natura la dimensione dell’unicità. Alcune pochissime ma essenziali parole del "cuore" si possono dire solo alla propria sposa, perché se le diciamo a più donne le svuotiamo della loro bellezza e verità. Quando la Bibbia ci dice che il rapporto con Dio va vissuto come Alleanza e patto, ci sta dicendo qualcosa di molto simile: se nel mio cuore dico le stesse parole a più divinità, non sto dicendo niente di vero a nessuno. Il Dio biblico sa parlare solo cuore-a-cuore, conosce solo il discorso a due, con noi cerca soltanto il dia-logo. La lotta anti-idolatrica dei profeti è allora il tentativo di salvare agli uomini e alle donne la possibilità di poter dare, veramente, del tu a Dio, senza ingannarci e senza ingannare.

Vennero a trovarmi alcuni anziani d’Israele… Mi fu rivolta allora questa parola del Signore: "Figlio dell’uomo, questi uomini hanno dedicato il loro cuore ai loro idoli... Mi lascerò consultare da loro?"» (Ezechiele 14,1-3). I capi della comunità del popolo di Israele esiliato in Babilonia vanno da Ezechiele e gli chiedono di interrogare YHWH. Ecco la sua risposta: «Convertitevi, abbandonate i vostri idoli e distogliete la faccia da tutti i vostri abomini» (14,6). YHWH non risponde alla loro richiesta e li invita ad abbondare gli idoli. Torna un tema centrale della profezia, l’idolatria, che qui ci viene presentata come una questione di "cuore": il popolo e i suoi capi avevano ospitato nell’anima dèi diversi dall’unico Dio, si erano corrotti intimamente. Questa forma di idolatria nell’esilio è diversa da quella che Ezechiele aveva osservato quando era andato "in visione" nel tempio di Gerusalemme ormai popolato di altre divinità poste accanto a YHWH. Questa in Babilonia non è una idolatria pubblica, anche perché gli esuli non avevano il tempio. La poca vita religiosa pubblica dei deportati continuava a celebrare YHWH come Dio. Era nel privato che era arrivata la corruzione, nelle case dove le famiglie introducevano amuleti e statuette babilonesi che venivano pregate e adorate nel segreto. Quindi, mentre all’esterno si continuava a pregare il Dio dell’alleanza, nel cuore si erano introdotti idoli, pregati e adorati come altri "tu". Ezechiele allora non può che dare l’unico responso possibile: convertitivi e tornate, "svoltate", cambiate radicalmente direzione, il nostro Dio è vero e diverso perché non parla, non può parlare in un ambiente popolato dai vostri idoli.

Il profeta conosce, vede, anche questa corruzione intima e segreta, ed è questa una delle sue funzioni più preziose. Non la vede perché è un indovino o un mago, ma perché per vocazione ha una diversa intelligenza: sa vedere dentro. Forse la vede negli occhi dei suoi interlocutori, perché gli occhi sono lo specchio dell’anima e quindi di ogni corruzione interiore. E come in ogni tradimento del corpo e del cuore, sono gli occhi i primi ad appannarsi, perdono brillantezza, non reggono lo sguardo se non per pochi secondi, scompare da essi quella speciale luce dell’infanzia che accompagna per tutta la vita gli occhi buoni, quella che custodisce una purezza diversa che, se la conserveremo, sarà la prima dote con cui arriveremo in cielo. Il suo discorso continua e ci fa conoscere una altra forma di falsa-profezia: «Se un profeta si inganna e fa una profezia, io, il Signore, lascio nell’inganno quel profeta: stenderò la mano contro di lui e lo cancellerò dal mio popolo Israele» (14,9). Tra i molti falsi profeti in esilio c’erano dunque anche quelli che continuavano a svolgere il loro mestiere in mezzo al popolo corrotto nella fede. Essendo venditori di vanitas, non avevano nessun dialogo vero da custodire e quindi offrivano profezie a qualsiasi richiedente. Erano così molto amati dal popolo, soddisfacevano i loro bisogni religiosi, ma in realtà lo tradivano e lo ingannavano, e rendevano (e rendono) ai profeti onesti la vita ancora più dura.

Questo trattato sull’idolatria si conclude (per ora), e subito, con una svolta narrativa, ci ritroviamo dentro un orizzonte diverso, nel quale Ezechiele ci rivela cose nuove e molto importanti: «Mi fu rivolta questa parola del Signore: "Figlio dell’uomo, se una terra pecca contro di me e si rende infedele, io stendo la mano sopra di essa…; anche se in quella terra vivessero questi tre uomini: Noè, Daniele e Giobbe, essi con la loro giustizia salverebbero solo se stessi"» (14,12-14). Qui il grande tema è quello della responsabilità individuale delle azioni, e la trasmissione delle colpe (e dei meriti) dai padri ai figli («anche se in quella terra ci fossero questi tre uomini... non salverebbero figli né figlie. Essi soltanto si salverebbero»: 14,17). Ezechiele per dare forza al suo discorso e universalizzarlo nomina tre figure leggendarie e non ebree, note per la loro grande giustizia - impressiona la cultura di Ezechiele, che abbraccia civiltà lontane e antiche, e in questo è più grande degli altri profeti biblici. Noè, Giobbe e Daniele erano personaggi mitici mediorientali che poi la Bibbia riprenderà e trasformerà in capolavori spirituali e letterari. Ezechiele ci dice che nemmeno questi campioni etici assoluti riuscirebbero con la loro proverbiale giustizia a salvare i loro figli. Perché?

Il rapporto tra le colpe e la giustizia dei padri e quelle dei figli è un tema che, in forme non tutte coerenti tra di loro, accompagna l’intera Bibbia. La vita è una corda (fides) che si snoda tra le generazioni, e da ciascuna esce segnata e in-segnata. Noi sappiamo che al di là di qualsiasi teoria religiosa o scientifica è un dato della vita che le colpe e i meriti dei padri e delle madri si trasmettano ai figli. La loro virtù, la loro intelligenza, la loro economia e loro cultura, le loro scelte etiche, i loro errori e i loro peccati condizionano molto, a volte decisamente, la nostra vita, nel bene e nel male. Ma noi, ed Ezechiele, sappiamo anche che noi siamo più grandi del destino iscritto nei nostri geni e nel nostro passato. Uno dei caratteri che rendono l’Adam "poco inferiore agli Elohim" (Salmo 8) è la nostra capacità di diventare diversi da come saremmo dovuti diventare per la famiglia da cui proveniamo, per le benedizioni e per ferite della nostra infanzia e giovinezza. Siamo molto di più di caso e necessità, anche se in questo "molto di più" si nasconde la possibilità di peggiorare il nostro destino (perché una vita peggiore è sempre moralmente da preferire a una vita determinata dal nostro passato, perché infinito è il valore della libertà).

Allora Ezechiele e noi sappiamo che ci sono virtù e colpe che non si trasmettono per linea familiare, e in molti casi è bene che sia così. Noi lo sappiamo, ma non è stato sempre così, e non era così in Israele nel tempo di Ezechiele (che, non a caso, riprenderà questo tema nel capitolo 18). Le civiltà, infatti, hanno voluto dedurre le virtù e soprattutto le colpe dei padri dalle azioni dei figli - "che famiglia avrà avuto questo giovane per fare questo?!". E così per millenni le responsabilità individuali sono diventate collettive, lo stigma privato si è trasformato in familiare e pubblico e ha investito molti innocenti, padri e figli. In questo capitolo del suo libro, Ezechiele ci sta allora dicendo qualcosa di nuovo e di estremamente significativo: la responsabilità morale e spirituale delle azioni è personale. Una tesi, teologica e antropologica, che ha conseguenze enormi, splendide e tremende insieme. Un figlio cattivo non può essere riscattato da un padre buono, che può restare e in genere resta giusto anche se suo figlio è diventato ingiusto. Una legge morale, questa, che deriva dalla serietà e dalla verità della storia e dalla nostra dignità e libertà. Ci sono meriti e bontà dei nostri figli che non possiamo e non dobbiamo ascrivere ai nostri cromosomi e alla nostra eredità, come ci sono degenerazioni e peccati loro che non dobbiamo vivere come nostra responsabilità e colpa. Li vediamo crescere, cambiare e qualche volta diventare peggiori di come potevano e dovevano essere. Facciamo di tutto per redimerli e per salvarli, ma un giorno giungiamo a una soglia che non riusciamo a oltrepassare, che non possiamo oltrepassare.

È la soglia che delimita e custodisce la loro responsabilità personale, che come li protegge dalle nostre eredità sbagliate, li libera anche dal destino e li può fare migliori di noi, li difende anche dal nostro desiderio santo di salvarli dai baratri che noi già vediamo aprirsi sotto i loro piedi. La loro necessaria libertà che li salva dai nostri peccati è la stessa libertà che non consente loro di aggrapparsi alle nostre virtù. È questo uno dei grandi misteri della genitorialità, forse quello più grande: la gioia che proviamo quando vediamo i nostri ragazzi e ragazze diventare più belli e buoni di noi è vera perché è altrettanto vero il nostro dolore quando assistiamo impotenti al loro guastarsi. La maturità spirituale della vita adulta dipende molto dall’imparare l’arte di assistere impotenti ai calvari dei nostri figli senza disperarci né sprofondare nei sensi di colpa. Qualche volta riusciamo a schiodarli dal legno o a inchiodarci al loro posto. Lo facciamo molte volte. Ma non lo possiamo fare sempre, perché in questa nostra impotenza e deponenza stiamo generando in loro la possibilità di diventare padri e madri di figli e figlie che, forse, diventeranno migliori di loro, migliori di noi.

Dedicato a Marco, tornato alla Casa del Padre, che ha saputo conservare la purezza degli occhi buoni.

l.bruni@lumsa.it

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