L’azzardo, noi e lo Stato. Lo sconcio arraffare


Giuseppe Anzani sabato 25 febbraio 2012
Non chiamatelo più gioco. Il gioco è una festa, una gioia, è spontaneità, fantasia e libertà: guardate gli occhi di un bambino mentre gioca. Questa invece è una maledizione, una dannata febbre, persino una schiavitù. Dicono le statistiche che fra bingo, gratta–e–vinci, superenalotto, slot machine, blackjack, poker online, e scommesse su tutto, ci siamo rincretiniti, ci stiamo giocando il cervello, incantati dalla micidiale furbizia di quelli che ci svuotano le tasche. Nei “giochi di sorte” c’è un punto di fuga dove il playing diventa gambling, l’uomo non è più neanche un giocatore, ma un giocattolo; per il divertimento (serissimo) di chi regge il gioco per far soldi e spennare. Nel 2009 la “raccolta” (la chiamano così questa attività succhiasoldi) è stata di 54,4 miliardi, nel 2010 è aumentata a 61,4 miliardi, nel 2012 è schizzata a 80 miliardi. Ma la crisi? La crisi è una doppia tragedia, la crisi è una spinta ulteriore che spinge a tentare la sorte improbabile, ingrassando il banco. Il gettito fiscale sul gioco d’azzardo è una tassa sui poveri. È difficile dire se il <+corsivo>gamblig<+tondo> sia più un intrattenimento, o invece una epidemia sociale. Una recente ricerca ha addirittura stimato che vi sono coinvolti, in qualche forma, più di 30 milioni di italiani.Una pubblicità invasiva li seduce. Le associazioni dei consumatori hanno protestato contro lo spot che invoglia a giocare perché «vincere è semplice», menzogna per il Codice di autodisciplina della Comunicazione commerciale. L’avvertenza posticcia, sussurrata in fretta, di «giocare responsabilmente», è farisaica se non schizofrenica. Simili messaggi, che rasentano la figura del “doppio legame” noto agli psichiatri, piovono in un Paese in cui almeno 800mila persone secondo le stime accreditate (Cnr di Pisa), sono piombate col gioco in una patologia che rovina la vita. Quel demone compulsivo che una grande letteratura (Dostoevskij) ci illustrò nel passato è ora catalogato dalla scienza fra i disturbi mentali. Una “dipendenza” la cui soglia di eccitazione costringe ad alzare la posta puntata, fino a svenarsi. Fino a indebitarsi, fino a supplicare aiuto da strozzini prestasoldi. Per portarli ai mangiasoldi. Da un cappio all’altro.Un Convegno ieri a Genova ha fatto il punto, a dieci anni dal primo lancinante grido d’allarme pubblico in quella stessa città, sulle vittime dell’usura e delle vittime del gioco. Somiglianza di rovina, intreccio di disperazione. Il cardinale Bagnasco ha detto con fermezza che è emergenza sociale, e che una pubblicità mendace, delittuosa, uccide il corretto modo di pensare e di agire. Il nostro pensiero corre a una iniziativa che il Monopolio di Stato (Aams) chiama «educativa», perché vuole entrare nelle scuole a insegnare ai giovani come si fa a giocare «responsabilmente» (nell’opuscolo, ci sarebbe anche la frase «chi non gioca è un integerrimo bacchettone»). Raffinata sciocchezza: si previene o si corrompe? L’obliquo messaggio pro–gioco, con questi chiari di luna, ci indigna. Si insegni a “non” azzardare, si insegni che il mondo di questi giochi è in larga parte in mano a fuorilegge, che i siti online da rimuovere per decreto sono la bellezza di 3.386. Anzi, la sconcezza di 3.386. Si insegni, cacciati fuori i persuasori soffici del “giocare è bello”, che la sconcezza grande non è neanche nell’essere fuorilegge (cioè senza concessione), ma nel gioco d’azzardo in sé, perché i concessionari con lo stemma di legge fanno la stessa cosa che fanno gli altri, cioè rovinano la gente. Perché l’ago della bilancia, signori del Monopolio, non è il timbro della bisca, da maledire il tavolo quando non c’è, e benedire l’identico tavolo quando lo Stato ha timbrato il proprio lucro e l’identica nostra sciagura.
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