domenica 15 ottobre 2017

Caro direttore,

mio padre, Antonio, ci ha lasciati improvvisamente il 5 ottobre. Alla fine il cuore del “Leone” ha ceduto. Mentre stava cenando con mia madre Carla, il cuore ha smesso di battere e di scandire il tempo della sua vita terrena. Lo stesso cuore che per 71 anni gli aveva fatto combattere innumerevoli battaglie contro il cinico egoismo di questi tempi, a volte così barbari e mediocri. È strano, perché da medico mi rendo conto che a soffrire sono sempre le persone che ci tengono di più, che se la prendono più “a cuore”, che praticano l’altruismo e che provano un senso di vero malessere quando vedono la crudeltà generata dall’indifferenza, dal malaffare, dalle ingiustizie dirette soprattutto nei confronti dei più deboli e indifesi. E ora che tra i più indifesi c’erano anche lui e mia madre, il suo cuore non ha retto. Da quando hanno subito i colpi devastanti dell’ultimo terremoto nel Centro Italia, i miei genitori si sono sentiti abbandonati proprio da quelle Istituzioni in cui tanto avevano creduto. Per carità, ricevevano (e ricevono tuttora) il contributo di autonoma sistemazione, ma erano considerati e si sentivano degli “accampati”, come li aveva definiti il sindaco di Roccafluvione, e nessuno ha mai sistemato la strada che congiungeva la strada provinciale alla vecchia casa rurale che, anche grazie a quel contributo, avevano ritirato su con pazienza, dedizione, amore, in una sola parola: con fede. È così che oggi vengono definite le persone coraggiose, le persone d fede: accampate. Nella mia mente, scolpite nella mia memoria di bambino, c’è mio padre che lavorava all’Inps e “riceveva” anche di domenica vedove e vedovi che gli chiedevano di fare qualcosa per poter avere la sospirata pensione di reversibilità che la burocrazia impediva loro di ottenere con infiniti cavilli e impacci e spesso solo per indifferenza. E queste lontane immagini sono così simili a quelle attuali... penso a nonna Giuseppina, sfrattata a 95 anni dalla sua casetta di legno. Uomini come mio padre gliel’avrebbero costruita quella casetta, altro che sfratto!

E così, direttore, in questo momento così duro, mentre davanti ai miei occhi gonfi di dolore le lettere sullo schermo digitale ondeggiano come la fiamma tremula di una candela, rivedo mio padre chino sulla macchina da scrivere mentre prepara le richieste per le pensioni di reversibilità, o per porre rimedio a qualche ingiustizia. Il suo esempio mi resta, per sempre. E lo ringrazio perché sino all’ultimo mi ha spiegato con la sua vita il significato della “fede”: vuol dire andare avanti, avere fiducia anche quando sembra non esserci spazio e motivo. Perché c’è un momento in cui ogni cristiano domanda: “Perché mi hai abbandonato?”, ma si va avanti lo stesso, finché regge il cuore. Questa è fede. E mio padre era (ed è) un uomo di fede.

Giuseppe Stipa, neurofisiologo Ospedale di Terni

Le sono vicino, gentile e caro dottor Stipa, con la preghiera e con la commozione e la consapevolezza di un figlio che, come lei, ha sperimentato il peso del distacco dal padre, la singolare durezza e grazia di questa prova. Ho imparato che un padre muore ma non si perde. Vive finché c’è vita e passione nei figli che ha contribuito a generare con la sua umanità tutta intera, con l’autenticità dei piccoli e grandi gesti di uomo che ha saputo compiere, con la sua forza e anche con le sue debolezze, con il suo essere uguale eppure altro rispetto alla donna che ci è madre.

Lei ha avuto e ha un padre vero, un uomo col senso della giustizia e del dovere, capace di solidarietà. E non per interessato teatro, e non per finta (ne vediamo, purtroppo, di teatrini e di finte anche sulla scena aspra ed esigente del dopo-sisma...). Sono questi gli uomini da cui prendere esempio: gli uomini-seme. Lei conclude che suo papà Antonio era, e resta, soprattutto «uomo di fede». Lo scandisce al culmine di un ricordo pieno di emozione. Si emozioni, è giusto. Ma soprattutto continui a tener cara la lezione di suo padre. Le ha insegnato a essere un realista con l’anima, proprio come deve saperlo essere un buon cristiano. Che non è un uomo perfetto, e senza peccato, ma è un uomo libero e onesto, che sa il valore del Cielo, tiene i piedi bene a terra e ha ben chiaro che «senza le opere la fede è morta».

Le opere delle fede possono anche diventare, o essere per principio, atti straordinari, ma il più della volte sono azioni che si iscrivono totalmente nella vita quotidiana, ordinarie e tenaci scelte di bene, riconoscimento pacato e fermo che il bene dell’altro, il bene per l’altro, è bene anche per me, è bene comune. Eccolo il gran “vaccino” rispetto al rischio dell’astrattezza retorica, alla ripetizione quasi consolatoria di espressioni e formule solenni come quella, appunto, del “bene comune”. Il "vaccino” è l’esempio di un padre, del padre che hai avuto, e imparato ad amare, che ti ha scosso e a volte urtato, che ti ha spronato, ti ha testimoniato valori saldi e, insieme, consegnato la libertà di farli tuoi, che poco a poco ti ha conquistato all’idea del dovere onorato e di una ”salvezza” mai solitaria. La lezione di un padre che ti ha mostrato il poco e il tanto che puoi fare per rendere migliore il mondo e la vita di tutti, degli altri, che sono sempre persone in carne e ossa. E tu continuerai a farlo, come ne sarai capace, in modo diverso e uguale, perché non sei lui, ma lui è parte di te.

Per questo, caro amico, vorrei che lei riuscisse a non pensare a suo padre come a un uomo schiantato dal dolore, piegato da miopie e o indifferenze. Lei scrive, e io so che è vero, della sofferenza che, assieme a sua madre, ha patito nei giorni del terremoto e in quelli in cui si è dovuto misurare con l’inadeguatezza di macchine e risposte pubbliche che lui, del resto, ben conosceva nel bene e nel male. Ma sono anche convinto che una persona così integra non si è data per vinta. Gli uomini generosi di sé sono stoppini che bruciano dai due lati, e non smettono per paura o per risentimento, ma perché il tempo è compiuto, e così la luce.

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