sabato 25 novembre 2017

Gentile direttore,
vorremmo esprimere la nostra solidarietà alla donna che, rimasta incinta a seguito di una violenza 29 anni fa, a 18 anni, ha scelto di portare a termine la gravidanza e di non riconoscere la bimba che ha messo al mondo: contattata dal Tribunale per i minorenni dopo tanti anni su richiesta della sua nata, ha manifestato la volontà di non incontrarla avvalendosi di un diritto all’anonimato che lo Stato le aveva garantito per cento anni. La settimana scorsa, nella trasmissione “Chi la visto”, questa ragazza ha rinnovato pubblicamente la sua richiesta, cui questa donna ha risposto chiedendo ancora una volta rispetto per il suo dolore e la sua solitudine. Chiediamo ai figli adottivi di comprendere e accogliere una decisione che ha consentito loro di nascere e di crescere nella loro famiglia adottiva: il desiderio anche profondo, di conoscere chi li ha messi al mondo deve sapersi fermare di fronte a questa decisione e non deve andare a sconvolgere l’esistenza di queste donne e dei loro cari. I desideri, anche profondi, di ciascuno non dovrebbero mai compromettere i diritti fondamentali degli altri. Pertanto la richiesta di conoscere l’identità della partoriente da parte della persona non riconosciuta alla nascita dovrebbe essere accolta solo se le procedure previste non rischiano di danneggiare le migliaia di donne coinvolte (oltre 90.000 dal 1950 a oggi) e quindi solo se le interessate hanno preventivamente dichiarato di acconsentire a essere rintracciate. Se così non fosse, non dovremo poi stupirci se le gestanti intenzionate a non riconoscere il proprio nato non si rivolgeranno più all’ospedale: potranno essere costrette a partorire in condizioni precarie e rischiose e anche cadere nella rete di trafficanti di bambini; potranno aumentare, oltre agli aborti, gli infanticidi e gli abbandoni dei neonati... Chiediamo ai media di far calare il silenzio intorno a questa situazione, rispettando la privacy delle donne, mentre li invitiamo a dar voce alla richiesta, più volte avanzata anche dall’Anfaa, di garantire alle gestanti in difficoltà gli aiuti di cui necessitano, accompagnandole a decidere responsabilmente e sostenendole fino a quando saranno in grado di provvedere autonomamente a se stesse e, se hanno riconosciuto il neonato, al proprio figlio. Sono loro che rischiano di essere abbandonate!
Donata Nova e Frida Tonizzo, Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie (Anfaa)


La vicenda a cui fate riferimento, gentili amiche, porta a riflettere su questioni davvero vertiginose per la loro profondità e decisive per la nostra umanità. Ammiro sconfinatamente le donne che, dopo aver subìto un abuso sessuale – uno dei modi più feroci per distruggere, anche senza toglierla materialmente, la vita – sono state capaci di custodire nel proprio grembo e di dare alla luce il figlio o la figlia concepiti senza colpa dentro quella inaccettabile violenza. Le capisco, però, anche quando non riescono a vivere con quel bimbo o quella bimba e scelgono di lasciare che sia affidato a una famiglia adottiva. Arrivo, da uomo, a capirle persino quando decidono di tagliare ogni ponte, cioè non mantenere alcuna relazione, con le creature che hanno generato e che – insisto – di nulla portano responsabilità, ma possono ri-portare le loro madri naturali dentro l’incubo di cui sono state vittime. E questo anche se capisco altrettanto bene l’insopprimibile e persino lancinante desiderio di ogni persona di ricostruire la storia familiare da cui proviene e di sapere il più possibile, di conoscere personalmente, di “toccare” il corpo e l’anima della madre e del padre che le hanno dato la vita. Viviamo un tempo in cui alcuni vorrebbero negare anche questo, ma è una pretesa insensata e soprattutto irrealizzabile.
Apprezzo, dunque, lo spirito del vostro appello. Sebbene mi renda conto che esso possa suonare duro e persino un po’ ingiusto, perché si fa carico dell’attesa di una sola parte, la madre, la donna che ha patito violenza nel proprio corpo e ne porta le stigmate fisiche e morali, e non anche delle attese del figlio o della figlia che, desiderando un incontro possibile eppure irrealizzabile, continuano a subire uno strappo dell’anima. Con delicatezza, gentile e care amiche, vorrei solo aggiungere alle serie ragioni e alle stringenti conclusioni che voi offrite una consapevolezza che dico con le mie imperfette parole d’uomo: a una donna che ha saputo difendere l’innocente dentro di lei, rinunciando a una sorta di “vendetta” contro il violentatore e alla presunta “liberazione” rappresentata da un aborto, si può forse osare chiedere un di più, ma in nessun modo glielo si può imporre. Da cristiano, poi, non dimentico che nessun dolore e nessun amore sono vani e che il bene che abbiamo scelto, anche quello accennato appena, anche quello che può sembrare solo un male evitato, non si perde mai e persino lungo le strade più difficili alla fine si compie e ci compie.


© Riproduzione riservata