sabato 14 aprile 2018

Caro direttore,
ringrazio “Avvenire” perché è l’unico giornale italiano (o quasi) a dare notizie sulla vicenda di Alfie Evans. Leggo e mi rendo conto che la polizia è intervenuta per impedire ai genitori di Alfie Evans di portare altrove il proprio bambino per curarlo fino a quando ciò sarà ragionevolmente possibile. Mi sembra di vivere in un incubo, e invece è la realtà. Ma speriamo...
Antonella Lignani, Città di Castello (Pg)

Siamo convinti, cara signora Lignani, che è proprio sulle frontiere umane più difficili ed esigenti del nostro tempo che tutti noi abbiamo assoluto bisogno di disporre di un’informazione completa, seria, spesso e inevitabilmente scomoda, ma il più possibile serena. Per questo “Avvenire” è impegnato a non farla mancare a lettori abituali od occasionali. Del resto, le domande e le preoccupazioni accese da un caso come quello del piccolo Alfie, che a neanche due anni di età porta la croce di una rarissima e pochissimo conosciuta malattia degenerativa del sistema nervoso, meritano di essere affrontate, capite e prese sul serio in tutte le loro implicazioni. Compresa quella di una giustizia (britannica ed europea) che infine arriva a strappare un figlio alla responsabilità amorevole di una madre e di un padre, sentenziando che quella piccola esistenza è futile (nessuna vita è mai futile, parola che riesco a stento a scrivere a questo proposito, sebbene abbia imparato che in inglese essa ha diverse sfumature di significato).
Certo, so bene che l’accanimento terapeutico è sbagliato e ingiusto proprio come l’abbandono terapeutico che arriva sino all’eutanasia. Ma so altrettanto bene che la medicina non è una scienza esatta, e a me piace pensarla ancora e sempre come una grande scienza umana applicata. Faticosamente, generosamente applicata. E poi, proprio come lei, gentile amica, sono anch’io profondamente scosso da un’idea di Legge che arriva a “commissariare” e, di fatto, pretende di “esautorare” l’amore di due genitori che non compiono nessun misfatto e chiedono semplicemente di stare vicino al proprio bambino e di accudirlo sino alla morte, senza precipitarla. Fatico a capire, e soprattutto ad accettare. Perché in altre occasioni e con obiettivi opposti – e cioè per sostenere la richiesta di familiari decisi a porre fine alla vita ferita e sofferente di un congiunto – ho visto magistrati usare il cesello dell’interpretazione per rimodellare norme e princìpi, medici aggiornare il giuramento di Ippocrate (a volte sino a svuotarlo), mass media schierarsi a prescindere dai fatti, pezzi di opinione pubblica mobilitarsi... E mi chiedo come sia possibile far calare così tenaci silenzi mediatici su vicende che interpellano la nostra coscienza di persone e di cittadini e che impegnano fior di medici dediti al loro mestiere/missione. Mi chiedo come si possa immaginare di blindarsi dietro regole e regolette, e come si giunga a girare la testa dall’altra parte davanti a una condizione di vita (e di lotta per la vita) che magari non si riesce a concepire e a capire, che ci inquieta e addirittura ci scandalizza, che spesso non possiamo o non sappiamo (ancora) affrontare... Mi chiedo tutto questo e mi rispondo, assieme ai miei colleghi, facendo esattamente il contrario: metterci in ascolto di queste persone senza “cittadinanza mediatica” e dare loro voce, riconoscere di non avere una risposta buona per tutto, ma buone risposte da articolare insieme, tenendo accesa la luce che aiuta a vedere le persone e a indagare le situazioni (che hanno stessa dignità e rilevanza, ma non sono mai uniformi), non presumere mai di sapere che cosa vive un altro uomo o un’altra donna e non consegnarsi alle “verità” del portavoce di turno... Se questo qui ad “Avvenire” ci riesce, è perché abbiamo princìpi saldi e rispetto per ogni fase e condizione della vita, ma siamo anche consapevoli di non avere la verità in tasca. La cerchiamo, con passione, la verità, decisi a stare e restare fuori dal coro e dallo scontato, al servizio dei lettori e coinvolgendo chi ne sa più di noi. E tanto più in un tempo di accelerati e mirabolanti avanzamenti tecnoscientifici della medicina, che consolano o inquietano, esaltano o, al contrario, spaventano.
Altri, invece, la verità credono evidentemente di averla in tasca. Forse sono convinti che dopo la storia, anche la scienza e l’umanità siano ormai “finite” e per questo non si emozionano né trovano ragionevole e utile fare titoli e articoli di giornale su piccole vite “imperfette”. È una scelta, che si potrebbe pensare dettata non solo e non tanto da indifferenza, quanto da un eccesso di sicurezza e/o da rigidità di visione. La cosa continua a colpirmi, anche se ormai da parecchio tempo non mi scandalizzo più. Almeno, però, nessuno si azzardi di accusare sempre e solo noi cattolici di “dogmatismo”... Di dogmi, in realtà, noi ne abbiamo pochi, e tutti legati quella straordinaria storia d’amore tra Dio e l’umanità che è la Rivelazione cristiana. Ma anche in questo, come in ogni cosa della vita, cerchiamo di usare ragione e cuore. Grazie, gentile signora, del suo incoraggiamento e della condivisa speranza.

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