Le monetine, i poveri e l'ombra di una triste «tassa per dispetto»
sabato 12 gennaio 2019

Caro direttore,
un cattolico non "ecumenico" è un cattivo cristiano. Le giro una mia lettera inviata per posta elettronica il 29 marzo 2018 al Comune di Roma e all’Archivio storico della Comunità ebraica romana. «Leggo su "Avvenire" di questa mattina la notizia riguardante la destinazione delle monetine raccolte nella Fontana di Trevi. Premesso che provo un certo disagio come "Figlio della Leonessa" a offrire soluzioni ai "Figli della Lupa", ma con un pizzico di spirito nordico mi permetto di offrire delle proposte. Chi è il proprietario della Fontana di Trevi e della relativa piazza? Prioritariamente le somme raccolte devono essere destinate alla manutenzione, a conservazione, restauri, decoro della Fontana e della Piazza. La rimanente parte potrebbe essere destinata a istituzioni religiose senza scopo di lucro. A Roma oltre alle istituzioni cattoliche esistono altre Comunità religiose. Storicamente la Comunità ebraica è la più antica, ma penso che oggi siano presenti Comunità cristiane di Rito orientale e della Riforma. Si faccia un accordo per un’eventuale ripartizione. Sono convinto che la destinazione completa alla Caritas potrebbe sollevare qualche perplessità da parte della Corte dei Conti. Infine vorrei ricordare agli attuali amministratori la celebre frase attribuita al Sindaco Nathan: "Niente trippa ai gatti". Sarebbe opportuno che tutti i sindaci d’Italia si ispirassero a quel grande sindaco. Buon lavoro». Non è singolare che la sostanza di quanto proponevo quasi un anno fa sia stata accolta? Con stima.
Francesco Zanatta, Brescia


Che devo dirle, caro signor Zanatta? Forse è davvero forte l’ascendente di un bresciano sui reggitori della cosa pubblica romana, o se proprio preferisce – secondo le immagini dai lei scherzosamente evocate – di un "figlio della Leonessa" sui "figli della Lupa". Francamente però credo che siano stati ben diversi e assai diversamente motivati i percorsi mentali e decisionali che stanno portando l’amministrazione M5s guidata da Virginia Raggi a togliere ai poveri di Roma, dopo diciott’anni, le somme generate dal tradizionale e benaugurante lancio della monetina nella Fontana di Trevi. A quanto si è appreso, la decisione dovrebbe diventare operativa dalla mezzanotte del prossimo 31 marzo. E non sarà uno scherzo, ma un magrissimo pesce d’aprile. E quando dico magrissimo penso non a chi usava quel tesoretto, cioè la Caritas capitolina, ma a chi ne riceveva davvero i frutti, cioè gli "ultimi" nella città che è capitale d’Italia e della cristianità. La destinazione per i poveri attraverso la macchina di bene e di volontariato della Caritas è, infatti, un’ottima cosa e non per motivi puramente religiosi, bensì di efficace solidarietà. Grazie alla Fontana e alla Caritas, infatti, gratuitamente si riceve e gratuitamente si riesce a dare. I costi di ripulitura e selezione delle monetine sono inesistenti, così come i costi di gestione della macchina di sostegno... Le pare poco? Uno dei problemi delle "macchine pubbliche", nel senso delle strutture gestite e stipendiate dalle amministrazioni pubbliche, è che costano inesorabilmente assai di più e rendono assai di meno di qualunque organizzazione largamente basata sul volontariato. Per questo la sussidiarietà è bella. Per questo è importante che le iniziative sociali e caritatevoli "dal basso" siano valorizzate, coordinate, accompagnate, messe in condizione di operare al meglio dalla mano pubblica e mai da essa commissariate o emarginate.
Che dire ancora? Vedremo, se si andrà avanti e se ce lo faranno sapere, che cosa resterà delle «monetine» detratti i costi amministrativi (che spero lievi e oso sognare inesistenti, ma sappiamo un po’ tutti come va il mondo...) e detratte le somme che si intenderebbe impegnare per la «manutenzione del patrimonio culturale» (ricordiamoci che il penultimo gran restauro della Fontana risale al 1998, in vista del Grande Giubileo del 2000, mentre l’ultimo magnifico lavoro di ripristino si è concluso nell’autunno del 2015 ed è stato sponsorizzato da un generoso sponsor privato). Speriamo che resti sul serio qualcosa... In passato non andava affatto così. Se dunque si tirerà diritto e, smentendo amari precedenti e tristi previsioni, ci sarà ancora qualcosa per i poverissimi di Roma, potremmo essere anche tutti soddisfatti. Lei, comunque, auspica scelte «ecumeniche». Dovrebbe sapere bene, da lettore qual è, che anch’io sono un sostenitore appassionato dell’ecumenismo della solidarietà. E sono grato – l’ho scritto anche pochi giorni fa in un editoriale intitolato «La povertà e la miseria» ( LEGGI) – per quanto ogni Chiesa e Comunità riesce a fare sul fronte della lotta contro lo «scarto», l’ingiustizia e l’abbandono. Ho ricordato spesso che i cattolici non pretendono esclusive ma che sono e resteranno in prima linea da protagonisti semplicemente perché non si tireranno mai indietro. La fede senza le opere è morta. E questo è impegno "fondativo" per la nostra Chiesa, tanto più a Roma, casa di tanti – a cominciare dai «fratelli maggiori» della Comunità ebraica – e a tantissimi cara, ma indubitabilmente anche casa del Papa, padre e maestro per tutti noi e vescovo della Chiesa chiamata a «presiedere nella carità» tutte le Chiese.
Certo, fa effetto registrare quel che continua ad accadere, o minaccia di farlo, nel nostro amato Paese. E colpisce, subito dopo il rientrato tentativo di creare una «tassa sulla bontà» (espressione del presidente Mattarella), ritrovarsi alle prese con una storia romana che sembra frutto di frettolosi calcoli, ma non di una semplice e seria valutazione, tant’è che si rischia di introdurre una sorta di nuova e indiretta «tassa per dispetto». Una tassa – ripeto indiretta, frutto di uso non ottimale delle risorse – non su chi fa il bene ma su chi lo riceve e, a sua volta, lo restituisce come solo i poveri sanno fare. No, caro Zanatta, da cronista, da cittadino e da cristiano oggi non vedo motivi per essere contento. Se gli amministratori di Roma, con i fatti e non con le sole parole, mi dimostreranno invece che ce ne sono, ne sarò felice.

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