giovedì 19 novembre 2015
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​Caro direttore,a margine di quanto accaduto a Parigi non ho visto su alcun giornale o tv - un poco solo l’analisi di Riccardo Redaelli tra i commenti di "Avvenire" di domenica scorsa - che abbia avuto il coraggio, davanti al continuo blaterare di Hollande, di dire chiaramente allo stesso presidente francese, a Cameron e Obama (oltre che alla Turchia e all’Arabia Saudita) che la colpa di quanto accaduto è loro. Perché sono stati loro a provocarlo, sovvenzionando e armando questi terroristi sia in Libia sia in Siria. E non scordiamo tutte le persone uccise o costrette a fuggire dalle loro case in Siria e in Iraq perché questi "grandi" avevano deciso che, per i loro interessi in Libia, in Siria e in Iraq si doveva cambiare, ma come volevano loro. Tutte le persone uccise in Francia e tutti i profughi morti per fuggire dalla guerra provocata da questi "grandi", ce l’hanno loro sulla coscienza (ma ce l’hanno una coscienza?) più dei terroristi. Non sono certo favorevole al terrorismo, ma la verità si dovrebbe avere il coraggio di dirla e scriverla.Giovanni Marchi, Verona
Analisi, cronache, interviste e commenti di "Avvenire" insistono da anni anche sui nodi che lei torna a indicare, gentile e caro signor Marchi. E cioè le gravi responsabilità nell’esplosiva involuzione del Vicino Oriente che gravano sugli Stati Uniti, sulle ex potenze coloniali Francia e Gran Bretagna, e su due grandi Stati ad ampia maggioranza sunnita come Turchia e Arabia Saudita. Sono in serio disaccordo con lei su una sola affermazione, quella per cui tutte queste potenze, in particolare quelle della nostra parte di mondo, sarebbero colpevoli «più dei terroristi» per le stragi compiute in nome del califfo nero. Anche se vedo con piacere che, infine, lei stesso cerca di attenuare la forza accusatoria (verso l’Occidente) e semi-assolutoria (verso i kamikaze islamisti e i loro fiancheggiatori) di una simile idea. Penso, infatti, che le responsabilità dei terroristi jihadisti siano terribili e interamente ed enormemente loro. A tutt’oggi, nessuna colpa o miopia occidentale può ridurre il peso. Detto questo, condivido il suo appello ai media (e a certi politici) occidentali a non fare a pezzi la verità dei fatti. Marco Tarquinio
INVITARE AL GIUBILEO LE COMUNITÀ ISLAMICHEGentile direttore,sarebbe bello invitare ufficialmente le comunità islamiche in Italia a unirsi al giubileo della misericordia in nome della fede comune nel Dio unico e misericordioso. Sarebbe un’occasione per loro per dimostrare la veridicità delle affermazioni di alcuni loro esponenti, come l’onorevole Chaouki, fugando il dubbio che siano più preoccupati dell’immagine pubblica che dei contenuti reali. Sarebbe un modo per condividere il rischio di una possibile aggressione e, nel caso, di condividere il sangue coi cristiani loro fratelli nella testimonianza del Dio vero. Sarebbe anche un’occasione per presentare a Lui, insieme, il grido di dolore di quelle minoranze che in alcuni Paesi rischiano la galera nel manifestare la loro fede "altra" rispetto alla maggioranza musulmana sunnita (sciita in Iran) o addirittura la vita con l’avvallo dello Stato (Arabia Saudita e Pakistan). I movimenti cristiani - assieme al Papa - porterebbero ancora una volta l’impegno e la partecipazione per gli immigrati, i profughi e i sofferenti di quelle terre.Marco Bernardini Sono convinto, gentile signor Bernardini, della sua ottima intenzione. Ma credo che anche noi cristiani, che coltiviamo la memoria del martirio dei nostri innocenti fratelli di fede e di ogni giusto, dobbiamo guardarci dal pericolo di pensare persino il Giubileo della Misericordia come parte o prosecuzione della tragedia che il mondo sta vivendo. O, se vuole, come una risposta tutta interna alla logica della guerra. L’Anno Santo è accettazione della salvezza portata da Cristo e antidoto alla perdizione della guerra. E se da cattolici invitiamo, come ha fatto recentemente il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, i musulmani a viverne lo spirito misericordioso assieme a noi non è per risentimento o per condividere un qualche rischio, ma per fedeltà al Vangelo e alla fatica buona della pace.Marco Tarquinio
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