Non serve un'ordalia
martedì 8 maggio 2018

Per come si sono messe le cose la XVIII Legislatura repubblicana appare destinata a concludersi ingloriosamente. Le Camere, cioè, a dieci settimane dalle elezioni sono a un passo dallo scioglimento, e deputati e senatori sembrano per la prima volta destinati a lasciare Montecitorio e Palazzo Madama senza aver fatto un solo giorno di lavoro. Tutto questo perché i tre grandi schieramenti che, sulla carta, avrebbero potuto dominare il Parlamento dando vita ad almeno quattro diverse coalizioni (centrodestra-pentastellati, pentastellati-leghisti, pentastellati-democratici, centrodestra-democratici) si sono dimostrati del tutto indisponibili o, comunque, incapaci di delineare una qualsiasi maggioranza di governo. E questo nonostante che il presidente Sergio Mattarella abbia cercato di agevolare con tutta la pazienza necessaria la maturazione di scelte utili all’Italia e agli italiani. Onore all’arbitro, e solo a lui.

Ieri sera, nel constatare il deludente e preoccupante esito delle esplorazioni condotte in prima persona e affidate ai presidenti di Senato e Camera, il Capo dello Stato ha aperto la porta a una soluzione che ha definito «di servizio» e, in ogni caso, «di garanzia». Una soluzione che non sarebbe di ostacolo a un potenziale cambiamento di avviso e, dunque, di atteggiamento di almeno due dei partiti maggiori con conseguente “intesa politica” in grado di far uscire l’Italia dal vicolo cieco del “tripolarismo inconciliabile”. Un Governo super partes che, se avesse la fiducia, potrebbe consentire di mettere all’ordine del giorno, in non più di sette mesi d’azione, fino al prossimo dicembre, forse una nuova e migliore legge elettorale e certo alcune cose indifferibili e utili per il Paese (dalla sterilizzazione di un altrimenti inevitabile rincaro dell’Iva, tassa che grava su tutti, ma di più sui poveri, a una difesa attiva sia degli interessi italiani sia dello spirito comunitario nella definizione del nuovo bilancio Ue e nella ridefinizione del quadro dell’euro). Un Governo che, se non riuscisse a ottenere la fiducia, assicurerebbe una neutrale ordinaria amministrazione durante la nuova contesa elettorale, che si annuncia rovente e non solo perché, secondo lo scenario peggiore eppure più invocato da M5s e Lega, minaccia di portarci al voto nel cuore dell’estate, col solleone di luglio. Sarebbe questa un’altra novità assoluta: non auspicabile né ragionevole – come ha ben spiegato agli italiani Sergio Mattarella –, ma forse inevitabile. Onore anche qui all’arbitro che sottolinea le insidie di un simile esito, non a chi finge di non vederle.

Insomma, siamo a una svolta. I partiti, tutti nessuno escluso, sono posti, in forma diversa, davanti alla medesima responsabilità che gli elettori avevano affidato loro settanta giorni fa: concorrere per il governo dell’Italia. Il che, con le attuali regole del gioco, vuol dire prima gareggiare, e poi trovare gli accordi possibili e necessari. Più di qualcuno, invece, si mostra convinto di essere l’eroe di un’ordalia, un giudizio avventuroso e senza ragioni e senza “sopravvissuti”, vincitore a parte. Ma con questa logica, qualunque storia s’impegnino a raccontarci, a vincere non sarà mai l’Italia.

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