I valori e i programmi di Romney e Obama. Le false alternative delle presidenziali Usa


Vittorio E. Parsi venerdì 31 agosto 2012
​Davvero Barack Obama sta trasformando l’America in un «Paese socialista», la sua riforma sanitaria «porterà il Paese alla bancarotta come la Grecia e il Portogallo» e la riduzione delle tasse sulle plusvalenze finanziari per un multimilionario come Romney dal 15% all’1% renderà «più equo» il sistema fiscale degli Stati Uniti? E gli americani possono realmente credere che una spesa pubblica ridotta al 20% del Pil sia una ricetta verosimile per l’unica superpotenza planetaria, il cui budget per la difesa ne assorbirebbe circa un quinto? Forse conviene partire da qui, dalle linee guida che lo stesso candidato alla vicepresidenza, l’irlandese cattolico ultraconservatore Paul Ryan ha esibito quasi fossero decorazioni al valore durante la convention di Tampa, per capire un po’ meglio che tipo di coalizione politico-elettorale c’è alla spalle del "Double R ticket" (Romney-Ryan) repubblicano per le presidenziali di novembre.La sensazione, ascoltando i due uomini ai quali il Gop (Grand old party) affida le sue speranza di tornare alla Casa Bianca, è che la destra americana abbia ormai definitivamente abiurato da quel patto sociale che aveva contrassegnato la ripresa dell’America dopo la Grande Depressione del 1929, e che era stato condiviso in maniera bipartisan per lo meno fino al termine degli anni Settanta, con l’avvio della "rivoluzione conservatrice". Anche sulla scia della forza (e dei timori che suscita in tanti Congressmen e Senatori repubblicani) del movimento del Tea Party, l’agenda politica conservatrice si è progressivamente radicalizzata. È difficile infatti definire diversamente le proposte repubblicane che mirano ad abbassare aliquote fiscali già vergognosamente basse (la parola è questa), più idonee a un Paese del vecchio Terzo Mondo che all’economia più importante del pianeta. E altrettanto occorre dire per l’ipotesi di abrogare le norme appena introdotte per cercare di evitare quelle operazioni speculative che hanno portato al fallimento di banche e finanziarie tra il 2007 e il 2008 e al salvataggio di molte altre grazie al denaro dei contribuenti (in particolar modo dei meno ricchi). La rivoluzione conservatrice, dicevamo. È da lì che è nata la riscossa della destra, capace di tornare a occupare il centro dello spettro elettorale americano innalzando la bandiera dei valori e strappandola di fatto dalle mani dei liberal. Lentamente ma inesorabilmente, però, i temi etici hanno finito con l’occupare il centro del dibattito, concorrendo a riaccendere il furore ideologico. Era inevitabile: l’etica è una materia politicamente esplosiva da manovrare con estrema cautela. Ma accanto a chi, come i vescovi americani, questo lo sa molto bene, altri apprendisti stregoni si son tuffati nel fiume etico con lo stesso entusiasmo dei salmoni quando risalgono la corrente. L’agenda etica ha ristrutturato l’elettorato americano lungo un asse ben diverso da quello classico delineato dagli interessi e ha reso possibili coalizioni inedite, come quella che assicurò il successo di George W. Bush e a cui ora Romney affida le sue speranze di vittoria. Oltretutto proprio l’enorme rilevanza dei temi che vengono coinvolti, la scelta pro o contro uno di questi (per esempio pro o conto l’interruzione di gravidanza) finisce con il costituire un "marcatore", esattamente come accade negli esperimenti di laboratorio, che rischia di coprire tutte le altre caratteristiche interne alla piattaforma programmatica dei candidati. E questo in qualche modo vincola anche tutti coloro che genuinamente si spendono per difendere quei valori al sostegno politico del candidato che se ne fa paladino, costringendo a "scalarli" per importanza. Se prendiamo il caso del duello Romney/Obama, potrebbe infatti sembrare che all’elettore venga rozzamente chiesto di dire che cosa sia più irrinunciabile nella sua scala di valori: la difesa del nascituro o la sopravvivenza dei poveri? Un’alternativa inaccettabile, che chiederebbe a entrambi i contendenti di arricchire la loro proposta perché diventi rispondente a un’idea piena e non schematica e propagandistica della politica e dei valori che devono fondarla.
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