Le parole del Papa sulle persone gay e l'attenzione con cui vanno lette
venerdì 23 ottobre 2020

Caro direttore,
il recente documentario che riporta parole del Papa riguardo l’omosessualità hanno provocato interessate polemiche e forti critiche, anche all’interno della Chiesa. Condivido l’impostazione del Pontefice, evangelicamente ispirata e peraltro non nuova, che considera le persone omosessuali figli e figlie di Dio e amati come tutti gli altri, così come – sul piano civile – la possibilità per essi ed esse di poter godere di adeguata tutela giuridica. Ciò che, però, mi lascia perplesso e su cui vorrei un suo parere riguarda la definizione di cosa debba intendersi per «diritto a essere in famiglia», per usare l’espressione del Papa. Mi chiedo: poiché la famiglia è composta da genitori e da figli, questa affermazione potrebbe configurare anche il riconoscimento del diritto ad avere figli attraverso la tecnica dell’utero in affitto che, a mio giudizio, rappresenta una totale aberrazione, oltreché una forma moderna di schiavitù? La ringrazio per la risposta.

Carlo Bernini Carri

Caro direttore,
certi autoproclamati “buoni” cattolici che gridano allo “scandalo” a proposito di persone omosessuali non hanno evidentemente mai letto l’esortazione apostolica Amoris laetitia, che è ormai, di 4 anni fa, e comunque non sono in grado di capire il significato vero di quelle parole del Papa e di queste che un docufilm ha fatto risuonare. C’è chi non ascolta e non legge e magari è cresciuto ai tempi in cui la posizione della Chiesa sul tema non appariva così... accogliente e misericordiosa. E c’è chi, da laico, pontifica. Penso a Marcello Pera che è arrivato a scrivere, appunto, di uno «Uno scandalo per laici e cristiani: unione è diverso da famiglia», dimostrando appunto nonostante s’impanchi a filosofo di non aver capito nulla del magistero papale né in termini di “senso” generale né nel significato letterale. Papa Francesco, infatti, prende proprio le distanze anche da qualsiasi rischio di confusione tra “matrimonio” e “unioni civili”, sottolineando come «non esista fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». E dunque?

Vincenzo Ortolina

Caro direttore,
«non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia» ( Amoris laetitia 251). Quanto scritto dal papa Francesco sul tema nell’Esortazione apostolica dopo il doppio Sinodo sulla famiglia, sembra non dare adito a confusione. Peccato che la confusione sia invece il sentimento prevalente dopo le nuove considerazioni che il Papa ha speso sull’argomento in un film intervista che, con il battage pubblicitario alimentato ad arte, è sulla bocca di tutti. Le parole hanno un peso e un conto è parlare di copertura giuridica di una unione tra persone, un altro è parlare di famiglia. Difficile sconfessare qualcuno che già da ora affermasse che un nucleo composto da due padri e tre figliuoli deve essere annoverato tra le famiglie. Difficile non argomentare che, ammettendo questa definizione inclusiva di famiglia, si debba sdoganare anche la pratica delle maternità surrogate, giacché due padri per natura non possono tra loro generare alcunché. Il tema è: fermo inteso che un uomo è tale davanti a Dio e ai fratelli senza pre-giudizio per ogni particolare origine e tendenza, ha ancora senso definire con chiarezza (e le parole dovrebbero avere questa funzione!) che cosa sia una famiglia o vogliamo buttare alle ortiche un patrimonio di significato corroborato da leggi di natura, cultura e tradizione. Sarebbe bastato ripetere quel breve brano, durante queste riprese televisive, per dire della perenne e manifesta misericordia di Dio per cui non c’è giudeo né greco, né schiavo né libero ed evitando allo stesso tempo di alimentare confusione e smarrimento.

Andrea Galafassi

Gentile direttore,
confesso che le dichiarazioni del Papa sulle unioni tra persone omosessuali mi hanno molto disorientato. Soprattutto laddove si parla, per loro, di diritto alla famiglia. Proprio l’utilizzo del termine famiglia in rapporto a questo tipo di unioni mi pare fortemente in contrasto con il magistero dello stesso Francesco, e in particolare con Amoris laetitia, laddove si definisce ancora una volta la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio e si afferma che «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia ». Parlare di diritto alla famiglia per le persone omosessuali porta con sé, come logica conseguenza, il diritto ad avere dei figli, quindi, proseguendo nel ragionamento, si finirebbe per sdoganare pratiche come la fecondazione eterologa o l’utero in affitto. Certo non possono essere queste le intenzioni del Pontefice, ma queste parole, lo ripeto, mi hanno dolorosamente disorientato. Dico ciò senza minimamente mettere in discussione l’attenzione, l’accoglienza vera e non a parole, il rispetto profondo, la delicatezza che si deve avere verso ogni persona, voluta e amata da Dio. E lo dico partendo da una ammirazione profonda verso il magistero di papa Francesco che mi ha aiutato a mettermi in discussione, come cristiano, rispetto a tante mie rigidità e chiusure. Con profonda stima

Paolo Pistoi

Caro direttore,
sono abbonato da anni ed ho sempre apprezzato “Avvenire” nel panorama dell’informazione giornalistica, soprattutto per lo spessore dei contenuti culturali e degli approfondimenti. Rimango profondamente deluso per il titolo del 22 ottobre apparso in prima pagina “giusto dare copertura legale alle coppie omosessuali”: me lo aspetto da tutti gli altri giornali, ma non da “Avvenire”. Si tratta ovviamente di una malevola interpretazione delle parole del Papa, che si riferiva alla famiglia di origine, e la legge cui si riferisce non può essere quella delle unioni civili, che da noi esiste da due anni. E la frase montata ad arte da due spezzoni diversi in contesti diversi contrasta con quanto ribadito in modo inequivocabile in Amoris laetitia n. 251. Mi spiace ma credo che si sia persa un’occasione per dare informazione corretta, risalendo alle fonti anziché al copia-incolla dall’agenzia Ansa.

Emanuele Tisato

Quando il Papa parla io lo ascolto con attenzione. Senza retropensieri, senza pensare a come “usarlo”. Ma soprattutto lo ascolto con serenità. E certo senza l’ansia di fare il “processo” a ciò che dice e a come lo dice, ma a capire senso e forza della parole che spende per tutti e per me. Lo faccio perché sono cattolico e, dunque, seguo Cristo e, come diceva don Primo Mazzolari, «voglio bene al Papa». Ma lo faccio anche perché il Papa, oggi papa Francesco, dice cose importanti e preziose non solo per la mia fede e la mia Chiesa, ma per il mondo. E mi rendo conto, da cronista, che per far bene il mio mestiere non posso non ascoltare il Papa, che è da sempre una delle massime autorità religiose e morali sulla faccia della Terra, e che oggi nel tempo della confusione e delle paure, grazie allo speciale carisma di Francesco, è forse la voce più alta e universalmente riconosciuta. Cerco anche di ricordarmi, di avere memoria, di ciò che il Papa dice nel tempo, trovando le parole per parlare al tempo in cui offre la sua testimonianza che si fa insegnamento. Questa premessa mi serve per accogliere le cinque lettere che ho selezionato tra le molte arrivate in redazione dopo il clamore suscitato dalle parole di papa Francesco su due temi indubbiamente collegati, ma distinti e che la semplificazione mediatica (non la nostra) ha reso coincidenti: il primo tema riguarda il diritto a «essere in famiglia» delle persone omosessuali, riferito ai figli e alla figlie di questo orientamento che non sempre sono accettate; il secondo tema è quello della “copertura legale” per le coppie omosessuali. Ieri – ne hanno scritto benissimo Lucia Capuzzi e Luciano Moia – abbiamo riportato con rilievo le affermazioni del Papa e le abbiamo collocate nel loro contesto storico e magisteriale. Invito perciò l’amico lettore Tisato a rileggere bene ciò che abbiamo scritto e vedrà che abbiamo fatto, come sempre, un lavoro serio e approfondito. Oggi torniamo a offrire elementi ancora più approfonditi sui due punti. Qui, dando per scontato (anche se scontato purtroppo è per tanti non è per proprio tutti) l’atteggiamento chiaro, rispettoso e accogliente indicato dal Catechismo di san Giovanni Paolo II nei confronti delle persone omosessuali, ne sottolineo uno, legato al titolo di prima pagina che ieri sera ho deciso di fare. Giusto dare copertura legale alle coppie omosessuali. Questo concetto di papa Francesco lo conosco da quando era la posizione dell’arcivescovo di Buenos Aires, cardinale Jorge Mario Bergoglio, che esprimeva il civile dissenso rispetto all’ipotesi di introdurre in Argentina il «matrimonio egualitario» per le persone omosessuali e, purtroppo non ascoltato, indicava appunto l’alternativa di una forma di tutela distinta e specifica. Per questo il Papa nel brano di intervista inserito nel docufilm dice «mi sono sempre battuto per questo... », espressione che ricollega le sue parole di oggi alla battaglia ideale di ieri. Certo le affermazioni di un vescovo sono tutte e sempre importanti, ma quelle del Papa lo sono di più. E nessun Papa aveva mai detto così chiaramente sì a una forma di “copertura legale” diversa dal matrimonio (perché questo è il pensiero espresso allora dal futuro papa Francesco e nel nostro piccolo, qui in Italia, anche da questo giornale durante l’iter della legge sulle unioni civili) che “giustamente” accompagni la convivenza di persone dello stesso sesso. La questione dell’utero in affitto – al centro, come il lettore Bernini Carri sa bene, di una lunga campagna informativa e di denuncia di “Avvenire” – non è stata toccata dal Papa nei filmati scelti dal regista che ha costruito il docufilm “Francesco” (che non è un trattato e non ha l’ambizione di esserlo). Emerge, però, indirettamente perché in quest’opera trovano spazio le voci di due gay credenti che attraverso la pratica della maternità surrogata hanno ottenuto tre figli e che hanno interloquito col Papa a proposito del mandarli o meno a lezione di catechismo in parrocchia. Papa Francesco, hanno raccontato queste persone, li ha incoraggiati a non escludere i bambini dalla vita della comunità cristiana. Mi sento di dire che questa parola del Papa non è affatto una legittimazione dell’utero in affitto, ma puro e semplice atteggiamento di accoglienza nei confronti di tre bambini che esistono e sono figli di Dio come ogni altro, comunque siano stati messi al mondo. Penso anche che la questione del no all’utero in affitto non sia un dogma di fede, ma una civile obiezione alla cosificazione del corpo delle donne e dei figli che mettono al mondo. Un’obiezione potente e perfettamente comprensibile a chiunque, che nella fede cristiana e cattolica trova luce e motivazioni profonde, ma che ogni donna e ogni uomo può laicamente far propria. Aspetto con fiducia di ascoltare una specifica parola del Papa anche su questo.

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