martedì 23 marzo 2010
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Il risicato «sì» parlamentare ottenuto dalla riforma sanitaria strenuamente voluta da Barack Obama può essere giudicato in modi assai diversi secondo la distanza degli osservatori. Mettendo per un attimo tra parentesi la centrale questione dell’aborto – che riprenderemo nella sua importanza più avanti –, la svolta verso l’assistenza garantita a 32 milioni di persone appare, dall’Europa abituata a un welfare universalistico e gratuito, un passo positivo e doveroso. Avvicinandosi agli Usa, diventa più pertinente l’efficace commento del Los Angeles Times, secondo il quale «raramente un elemento così positivo per la vita degli americani (l’opinione dei principali media e di molti intellettuali, ndr) è stato percepito da così tanti come una minaccia al proprio benessere e alla propria libertà». Atterrando nell’America profonda, si trova un Paese diviso in cui la maggioranza è probabilmente ostile alla legge nel suo complesso, di cui apprezza alcune singole misure, ma cui contesta l’impianto «ideologico» e «statalista» e oltremodo «oneroso». La questione dei fondi pubblici all’interruzione della gravidanza pesa come un macigno sulla valutazione generale. Attualmente il pacchetto già ribattezzato «Obamacare» sembra escludere tale possibilità, sebbene non ne faccia esplicita menzione. Il presidente, su pressione di un gruppo di parlamentari democratici pro-life, ha preparato un decreto esecutivo con cui invita tutti gli organismi competenti a fare sì che finanziamenti federali non siano utilizzati per sopprimere un feto (ad eccezione dei casi di incesto, stupro e pericolo di vita per la donna). Vi sono però forti dubbi – ampiamente condivisi dalla Conferenza episcopale – che regole amministrative riescano ad alzare un muro impenetrabile e, soprattutto, che i tribunali, se investiti del caso, non diano ragione a cittadine beneficiarie di polizze pagate dallo Stato e intenzionate ad abortire. Ma se anche la contabilità separata delle compagnie di assicurazione riuscisse a impedire del tutto la "tracimazione" dei contributi statali, l’estensione della copertura sanitaria a poveri e malati cronici – che nessun presidente dopo Lyndon Johnson era riuscito a portare a compimento – rimarrà fonte di profonde controversie e avrà effetti politici sicuramente rilevanti. Obama avrà infatti poco tempo per celebrare un successo personale che in ogni caso gli garantisce un’altra citazione nella storia, dopo quella di primo presidente nero. I democratici potrebbero pagare un conto salato alle elezioni di novembre (non a caso 34 deputati della maggioranza hanno detto «no» anche per salvare il proprio seggio) e perdere il predominio almeno in uno dei rami del Parlamento. La polarizzazione del panorama politico americano, poi, sarà ulteriormente accentuata e a farne le spese potrebbe essere lo stesso capo della Casa Bianca. Le manifestazioni di protesta all’esterno del Congresso, in qualche caso al limite del razzismo e dell’incitamento all’odio, fanno capire che lo scontro tra liberal e conservatori non potrà che farsi più aspro, rendendo difficile il cammino di altri provvedimenti chiave, come quelli sulla regolazione della finanza e sulle misure in tema di ambiente. È un’America più ideologica quella che si confronta e si spacca sulla sanità. Una parte saluta come epocale e pensata per il bene di tutto il Paese la riforma che impone una sorta di obbligo assicurativo e alza le tasse per i "ricchi". Una parte bolla come socialista e liberticida un progresso sociale che, per qualcuno, distruggerà la potenza americana sul fronte internazionale a causa del suo carico di spese incontrollate. Nel mezzo tanti cittadini che vogliono la tutela della vita nascente e, di conseguenza, della salute di ciascuno. I complessi e delicati equilibri di una società tanto vitale e vivace stanno forse ridisegnandosi sotto i nostri occhi. E non bisogna farsi fuorviare dalle distanze di osservazione.
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