Morsi deve tornare indietro. La prova del fuoco


Luigi Geninazzi giovedì 6 dicembre 2012
C'eravamo già tutti rassegnati al­l’idea che lo sbocco delle gran­di speranze di cambiamento sollevate dalle rivolte nordafricane dello scorso anno fosse il trionfo dell’islam politi­co. Ci sembrava un dato di fatto, al­trettanto ovvio come l’alternarsi delle stagioni, che anche sulle rive del Nilo dopo la tumultuosa ed entusiasman­te primavera araba arrivasse un grigio e ordinato autunno all’insegna della Fratellanza musulmana. Invece è tor­nata la protesta, sono ricomparsi i ma­nifestanti a piazza Tahrir, e anche i vio­lenti scontri con morti e feriti che ieri si sono registrati tra gli oppositori e i so­stenitori del “nuovo Faraone” ci ripor­tano alla mente i giorni concitati della rivolta contro Mubarak nel febbraio del 2011.Un déjà vu particolarmente in­quietante per Mohammed Morsi, l’e­sponente dei Fratelli Musulmani che assumendo la guida del Paese si era proclamato “paladino della rivoluzio­ne”. Nelle urne di giugno era stato vo­tato anche da una buona parte del “po­polo di piazza Tahrir” che non si rico­nosceva nelle sue idee ma era diffi­dente nei riguardi dell’altro candidato, Ahmed Shafiq, legato al vecchio regi­me. Un’apertura di credito cui era se­guita quella dei governi occidentali, in primis gli Stati Uniti che hanno pub­blicamente elogiato il leader del Cairo per la sua opera di mediazione nel con­flitto tra Israele e Hamas. Non sappiamo se Morsi si sia monta­to la testa o se, più semplicemente, ab­bia messo in atto un piano prestabili­to da tempo. Sta di fatto che con la de­cisione di assumere i pieni poteri e poi con l’approvazione della bozza di Co­stituzione, votata in una notte da un’as­semblea carente di legittimità in quan­to priva dei membri laici e cristiani, il primo presidente egiziano eletto de­mocraticamente si è trasformato in dit­tatore, in un leader autocratico che non deve rendere conto a nessuno e a cui tutti devono obbedienza e fedeltà.​La flebile speranza che l’islam politico potesse andare a braccetto con la democrazia si è rivelata una tragica illusione. Già campioni d’ambiguità i Fratelli Musulmani hanno gettato la maschera rivelando il loro vero volto, autoritario e intollerante. In questo modo hanno costretto gli egiziani a interrogarsi su quale sia la loro identità, facendo riesplodere quelle rivendicazioni di libertà e dignità che avevano caratterizzato la rivolta di piazza Tahrir e che gli islamisti pensavano d’aver definitivamente tacitato assumendo il potere.E così sono tornati a farsi sentire i protagonisti di una rivoluzione che aveva una certa idea di uomo e di società, un’idea incompatibile con la nuova dittatura islamista. Sono stati incapaci di tradurla in un programma preciso, si sono divisi in gruppi politici a vantaggio del blocco compatto rappresentato dalla Fratellanza. Ma oggi si ritrovano uniti in un vasto fronte d’opposizione che comprende laici e cristiani copti, liberali e socialisti, associazioni per i diritti umani e movimenti delle donne. Al loro fianco ci sono giornalisti, insegnanti e magistrati, intere categorie professionali umiliate dai diktat presidenziali. Ma anche gli islamisti rinserrano le file, come si è visto nell’assemblea costituente dove i salafiti, sostenitori di un’applicazione rigida e integrale della "sharia", la legge coranica, hanno votato insieme con i Fratelli Musulmani.È una partita ad altissimo rischio quella che si sta giocando in queste ore in Egitto, con l’incubo di una repressione sanguinosa. L’unica soluzione ragionevole è un passo indietro di Morsi, un dignitoso compromesso con l’opposizione che vuole il ritorno alla legalità e alla democrazia. Ne sarà capace? ​
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