giovedì 6 novembre 2014
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Un’anatra zoppa. Nell’impietoso gergo della politica americana Barack Obama è da poche ore ufficialmente una lame duck, ovvero un presidente che avrà contro per i prossimi due anni l’intero Congresso dominato dal Grand Old Party e che non gli lesinerà il più duro degli ostruzionismi, rendendo il biennio di chiusura del secondo mandato un piccolo calvario politico, all’interno del quale Obama avrà margine di manovra quasi solamente nelle questioni internazionali, terreno infido dove – secondo forse al solo Jimmy Carter – il primo inquilino della Casa Bianca ha offerto la meno onorevole della prove degli ultimi cinquant’anni. Così, con un verdetto che non lascia spazio alcuno al dubbio, l’America ha congedato il sogno iniziato nel 2008 con il fortunato slogan 'Yes we can' e via via trasformatosi in una paludosa melina fatta di incertezze, esitazioni, fraintendimenti, cui dovremmo aggiungere purtroppo anche un quantum di dilettantismo oltre che una dose abbondante di sfortuna con l’ingresso sul proscenio di attori ansiogeni come il Califfato e il rischio di un attacco terroristico e la diffusione di Ebola. Minacce che la Casa Bianca ha colpevolmente sottovalutato come banali incidenti di percorso dopo una non brillante sequenza di imbarazzanti insuccessi diplomatici, dalla guerra civile siriana al confronto con Putin sulla Crimea e il Donbass, dallo stallo nei colloqui di pace fra Israele e la Palestina all’espansionismo cinese nel Pacifico. Disclaimed, 'ripudiato', così il Washington Post sintetizza la teatrale sconfitta di Obama, ed ha ragione, perché i primi a prendere le distanze dal presidente sono stati gli stessi candidati democratici i quali, fiutando l’aria che tirava, lo hanno pregato cordialmente di non affacciarsi ai loro comizi e alle loro serate elettorali.  Tutto inutile, i repubblicani agguantano la maggioranza al Senato e confermano il primato alla Camera. E Obama si trasforma in un’anatra zoppa. Va detto che anche Bill Clinton lo fu, anche Ronald Reagan, anche George W.Bush. Tutti e tre furono costretti a modificare la propria agenda politica e pure Obama dovrà farlo se vorrà lasciare la Casa Bianca con un minimo di risultati concreti. In altri termini, da oggi dovrà negoziare e venire a patti con gli agguerriti repubblicani sui capitoli più spinosi e dibattuti dell’amministrazione: la riforma sanitaria (che grazie a Obama ha permesso di garantire l’assistenza a 46 milioni di americani che ne erano esclusi e che i repubblicani ora vorranno ridimensionare), l’immigrazione (ci sarà battaglia sul numero e le quote di irregolari da regolarizzare), il trattato commerciale con l’Europa (i repubblicani diffidano del matrimonio Usa–Ue a causa della debolezza dell’economia del Vecchio Continente), l’energia (l’ambientalismo dei democratici sconfitti si scontrerà con il progetto di estrazione dello shale gas, risorsa promettente ma altamente inquinante).  Sarà interessante nei prossimi giorni individuare il profilo dell’elettore americano che ha voltato le spalle a Barack Obama scegliendo di votare repubblicano o disertando le urne. Grande è stata la delusione del popolo che lo aveva portato sugli scudi all’alba del novembre 2008, anche perché quell’America oggi è solo un ricordo. Oggi c’è una middle class ancor più impoverita e preoccupata, che vede scendere i propri standard di vita nonostante i dati macroeconomici americani siano ottimi (il greggio ai minimi storici, la crescita verso il 3%, la disoccupazione in calo, la Borsa in grande fase ottimistica, oggi più che mai dopo la vittoria repubblicana) e che non fatichiamo a reputare disorientata anche dalle scelte (o dalle non scelte) sui matrimoni gay, l’eutanasia, l’aborto e da certa polverosa demagogia di un presidente più avvezzo a ricorrere all’armamentario populista per sedurre l’opinione pubblica liberal (che non a caso su entrambe le sponde degli oceani ha continuato a premiare i democratici) che a prendersi concrete responsabilità politiche di fronte a temi fondanti come quello della vita.  Ma tutto ciò ormai appartiene al passato. Come lo stesso Obama, la cui autorità secondo uno spietato editoriale del New York Times «non poggiava solo sul suo mandato elettorale, ma anche su un’autorità morale che andava oltre i confini americani». E che oggi è naufragata in una rovinosa disillusione di massa.
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