martedì 24 luglio 2012
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Gentile direttore,
leggiamo l’articolo 29 della Costituzione italiana: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Di recente ci sono state polemiche interne al Pd tra l’ala laicista e quella cattolica su una questione tutt’altro che essenziale, in tempi di crisi economico-finanziaria, ma eticamente e ideologicamente sensibile, quella secondo la quale le coppie etero e omosessuali devono avere gli stessi diritti. Mi sembra che sui temi etici, lo statuto del partito affermi la libertà di pensiero e di azione e che ci sia – anche in caso di maggioranza interna – il voto secondo coscienza alla faccia della disciplina di partito, che significherebbe un "portare il cervello all’ammasso" di guareschiana memoria. Per questo mi hanno disturbato non poco le dichiarazioni del segretario Bersani per il quale il problema delle unioni gay, «si risolverà», comunque, in sostanza. Capisco l’unità del partito sul programma economico-sociale-finanziario, ma non si può esigerla sui temi e leggi, che anche dal mio punto di vista, sono "non negoziabili". Se troverà una maggioranza trasversale in Parlamento, visto che i laicisti abbondano in tutte i "partiti", Bersani «risolverà» il problema, ma non può pretendere dai cattolici né voti, né capitolazioni vergognose. Chissà perché il Pd ha, nella sua gran parte, la vocazione a farsi del male con le proprie stesse mani? Penso abbia bisogno del voto anche dei cattolici per poter governare... A mio modesto avviso i problemi da risolvere, in primis, sono i milioni di cittadini e famiglie in povertà, la mancanza di lavoro per capifamiglia disoccupati, la drammatica mancanza di lavoro per giovani, donne di tutta Italia (del Sud, ma anche del Nord) e la grave crisi economica che ne è la causa. Di questo dovrebbero preoccuparsi i partiti e la politica se avesse davvero a cuore quel famoso «bene comune» di cui tanto ci si riempie la bocca.
Giancarlo Maffezzoli, Garda (Vr)
 
Caro direttore,
il sindaco Pisapia è determinato, nonostante il parere contrario dell’arcivescovo Scola e di esponenti cattolici della sua stessa parte politica, a introdurre i cosiddetti registri civili delle coppie omosessuali e conviventi avendolo «promesso nel programma elettorale». Va preso atto della sua condotta formalmente corretta, ma da parte mia inviterei tuttavia il sindaco a fare alcune considerazioni. Anzitutto deve ricordarsi che il programma elettorale non viene mai eseguito integralmente e coi tempi che corrono esistono problemi più importanti. Va poi osservato che a motivo della sua ampiezza, raramente il programma viene visionato dagli elettori. Gli elettori votano l’indirizzo politico della lista più che i vari commi del programma. Personalmente, ritengo che i cattolici i quali a suo tempo votarono Pisapia e, poi, presero parte al Convegno mondiale delle Famiglie, siano contrari a questa novità. Considero anche che a Bologna nel giro dieci anni in detti famosi registri si sono iscritte solo dieci coppie. In altre città i registri sono rimasti quasi intonsi. L’introduzione di tali registri viene reclamata da taluni in funzione del riconoscimento di diritti di cui già usufruisce qualsiasi cittadino. Ma c’è di più: le coppie omosessuali o conviventi in questo momento godono, per molti aspetti e servizi, di un trattamento privilegiato rispetto alle coppie eterosessuali sposate... I singoli sono infatti più considerati e agevolati di coloro che fanno famiglia.
Bruno Mardegan, Milano
Già, cari amici, rileggiamo l’articolo 29 della Costituzione, e poi il 30 e quindi il 31. E rileggiamo pure gli articoli 2 e 3 incredibilmente agitati da qualche demolitore come un piccone contro il chiaro e specifico riconoscimento e il programmatico speciale sostegno che la nostra Carta fondamentale tributa alla famiglia costituita da una donna e da un uomo uniti in matrimonio. La Costituzione è una, gentili lettori, e non si può fare a fette secondo interessi e mode del momento. E i diritti e doveri della famiglia fondata su un pubblico e serio impegno con se stessi, con i figli che potranno venire e con la comunità di cui si è parte non sono confondibili né equiparabili con quelli delle coppie che liberamente vivono insieme senza sposarsi o che vengono costituite da persone dello stesso sesso. La Consulta l’ha ribadito con una certa chiarezza, più volte. Magari, però, questa nostra saggia Costituzione non la si applica, facendola diventare lettera morta. Ed è proprio questo che da troppo tempo continua ad accadere in Italia a danno della famiglia e del futuro stesso della nostra società e del nostro Paese, dove mettere al mondo figli è stato fatto diventare – sia sul piano culturale sia a livello economico – una vera impresa, un autentico "lusso" e, addirittura e per molti versi una scelta "sconveniente"... Quasi che si faccia un dispetto a legislatori distratti od ostili e ai grandi signori dei mass media a sposarsi davanti al parroco o, almeno, davanti al sindaco. La contraddizione è drammatica, e ormai sta emergendo con enorme evidenza e altrettanta forza. Detto questo, la penso esattamente come voi: non riesco ancora a credere che proprio adesso, in un tempo di crisi come quello che viviamo, e che reclamerebbe attenzioni e intenzioni convergenti, solide e lungimiranti, si faccia di tutto per "bloccare" (a Milano come a Roma) il dibattito su un tema che l’opinione pubblica non sente come urgente e che largamente non approva, e che spacca mondo politico e mondo parlamentare. Se oggi c’è una priorità da onorare non è certo quella, sballatissima, di introdurre i matrimoni anche tra persone dello stesso sesso o, in subordine, di dar vita a una regolazione para-matrimoniale di quelle stesse convivenze. Le difficoltà deIle famiglie, dei giovani e dei più anziani, i problemi di chi lavora e di chi fa impresa sono così gravi che ogni risorsa e ogni energia dovrebbero essere investite su questi fronti. Senza esitazioni, senza iscrizioni a parate propagandistiche e senza abbandonarsi a derive rischiose. Se all’estero c’è chi invece questo fa e questo predica, non siamo obbligati a sbagliare a nostra volta. L’Italia deve ritracciare secondo una bussola affidabile la propria strada, non incamminarsi sui "fuori pista" degli altri.
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