mercoledì 31 ottobre 2012
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Per quanto annunciato, il voto siciliano ha colto un po’ tutti di sorpresa. La frammentazione dell’elettorato, l’ampia quota di astensione, la débâcle dei partiti organizzati hanno raggiunto livelli difficili da immaginare. Al punto da scuotere profondamente l’intero sistema politico. Un’ampia parte di questo risultato dipende dalla natura attuale dell’offerta politica, largamente inadeguata rispetto alle esigenze del Paese: una delle maggiori responsabilità delle attuali élites politiche è quella di aver caparbiamente rifiutato di guardare in faccia il problema, col risultato di aver creato le condizioni per arrivare a questo livello di disgregazione.Ma detto questo, non abbiamo detto tutto. Occorre infatti guardare anche dalla parte dell’elettore. La crisi della democrazia contemporanea – in Italia ma non solo – arriva alla fine di una stagione di crescita illimitata e di ampliamento degli spazi di libertà individuale. Anche se non ce ne siamo accorti, il mondo negli ultimi vent’anni è profondamente cambiato, creando nuove questioni sociali, economiche, culturali, ma anche aprendo spazi di libertà individuale. Ora, di fronte a questo quadro così preoccupante, è lecito chiederci: che cosa ne abbiamo fatto della nostra maggiore libertà? Certo, il cambiamento è stato così veloce che è risultato difficile tenere il passo. E, fatta la tara per la parte di responsabilità che compete alle élites politiche, occorrerà pure ammettere che il ritardo riguarda ampi strati del tessuto sociale italiano. Non è un caso, infatti, che gli sbandamenti più forti si stanno producendo in quei Paesi dove la crisi finanziaria ha messo a nudo il ritardo complessivo di intere società. Ritardi che riguardano il funzionamento delle istituzioni scolastiche, il coraggio di investire nella ricerca, la capacità di innovazione delle rappresentanze sociali, lo slancio creativo dello stesso tessuto professionale e imprenditoriale. E che non sarebbe giusto addossare unicamente alla classe politica.Ecco allora che l’immagine che ci viene restituita dalle elezioni sicialiane non parla solo degli altri, ma anche di noi. Non parla solo della crisi dei partiti, ma anche della involuzione della società civile italiana. Il Paese ha bisogno di verità. E la verità e che, nel suo insieme, salvo naturalmente lodevoli ma isolate eccezioni, non abbiamo preso sul serio il cambiamento che è avvenuto. Raggiunto il benessere negli anni ’60 e ’70, è come se la società italiana si fosse seduta sugli allori, quasi convinta che la parte impegnativa del percorso fosse ormai alle spalle. Così, al merito abbiamo sostituito la raccomandazione; al lavoro il consumo; all’investimento la rendita. Cosa più grave, abbiamo abbandonato la tensione verso il futuro, fatta di speranza, di desiderio, di dedizione. In fondo, i due problemi più gravi che abbiamo – l’enorme debito pubblico e l’inverno demografico – dicono proprio questo: è il Paese nel suo insieme che si è fatto tentare dalla strada più facile del disimpegno, del breve periodo, dello sfruttamento dell’occasione. Il tutto aggravato dalla nostra tendenziale perifericità rispetto ai circuiti internazionali, perifericità che ha dato spazio ai localismi reattivi e alle tante forme di corporativismo chiuso che oggi si oppongono fieramente ad ogni ipotesi di cambiamento. È in questo brodo di coltura che anche i partiti hanno perso la loro strada, diventando quei coacervi indistinti nei quali si sono intrufolati furbi e mascalzoni. In questo scenario cupo, non ci si deve però lasciare sfuggire i pur tenui segni di speranza che anche nel quadro siciliano si intravvedono. Traspare infatti, comunque, la voglia di iniziare una nuova stagione. La voglia di riscatto.Per quanto confusa e rudimentale, si tratta di una risorsa preziosa da cui ripartire. Nella convinzione che le risorse morali, umane ed economiche presenti in Sicilia e nell’intero Paese ci sono, anche se disperse e disorientate. Certo, come ha ricordato il premier Monti qualche giorno fa parlando al festival delle famiglie, queste risorse hanno la possibilità di tornare a crescere a condizione di capire che questo non è più il tempo delle promesse facili che non possono essere mantenute. E questo perché la nuova stagione che occorre inaugurare ci chiede il coraggio di tornare a misurarci, in spirito di responsabilità e collaborazione, con i problemi concreti delle persone e delle comunità, avendo in mente un orizzonte di medio-lungo periodo, l’unico nel quale uno sviluppo equo, solido e sostenibile si può effettivamente dare.
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