sabato 2 novembre 2019
Uno studio dimostra l'inefficacia della politica di deterrenza nel Mediterraneo. I costi «umani» da Minniti a Salvini
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Nel corso degli ultimi anni, guerre e disordini in Medio Oriente e Africa hanno generato un flusso di rifugiati verso l’Europa d’intensità senza precedenti, molti dei quali hanno tentato di raggiungere le nostre coste attraversando il Mediterraneo: percorrendo le tre tratte, in ordine di intensità, del Mediterraneo centrale, verso Italia e Malta, occidentale, verso la Spagna, ed infine orientale, verso Grecia e Cipro. Questo è ben lungi dall’essere un viaggio sicuro, come testimoniato dalle innumerevoli e ininterrotte tragedie in mare. L’attraversamento del Mediterraneo, infatti, non è solo il modo più veloce per raggiungere le coste europee (spesso è necessario meno di un giorno di navigazione per raggiungere la destinazione) ma, per molti richiedenti asilo, questa è spesso anche l’unica alternativa.

In effetti, l’evoluzione della crisi di profughi e migranti in un disastro umanitario ha dominato il discorso politico e creato non pochi attriti tra gli Stati membri dell’Ue (e all’interno dei Paesi: basti pensare allo scambio di accuse sui dati degli ultimi sbarchi tra l’attuale ministro dell’Interno Lamorgese e il suo predecessore Salvini). Mentre le Ong hanno tentato di sopperire con mezzi propri alle mancanze nazionali ed intergovernative, gli Stati membri dell’area mediterranea si sono trovati ad affrontare, per lo più da soli, un problema a cui linee di pensiero diverse hanno dato risposte contrastanti: da un lato, abbiamo l’approccio idealista, a difesa dell’obbligo morale al soccorso; dall’altro, un approccio, che si potrebbe definire realista, a sostegno della tesi per cui la riduzione dei soccorsi ridurrebbe gli sbarchi e, di riflesso, anche le morti.

La commistione tra quest’ultima tesi e le piattaforme politiche del campo 'populista' è nota a tutti: difficile dimenticare l’accostamento di Luigi Di Maio delle Ong a 'taxi del mare', e le critiche ai salvataggi stessi incarnate nell’hashtag #Portichiusi promosso dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Era quindi quasi scontato che, sin dal suo insediamento, il governo Conte I avrebbe promosso politiche migratorie che possiamo tranquillamente definire di deterrenza al soccorso, ostacolando attivamente le attività delle Ong nel Mediterraneo centrale e limitando le operazioni della Guardia costiera in tema di salvataggi.

Le policy precedenti, promosse dal ministro Minniti, avevano affrontato il tema migrazione in maniera diversa: obiettivo era ostruire i flussi migratori via terra direttamente in Libia, mentre la presenza di Ong, dopo un avvio infelicemente polemico e dirigista, era stata più regolamentata che apertamente ostacolata. Giorno dopo giorno l’opinione pubblica viene però a conoscenza dei lati oscuri e immorali di tale strategia, continuata da Salvini, come 'Avvenire' ha documentato con gli articoli sul negoziato tra l’Italia e il trafficante libico Bija. Qui ci concentreremo, però, sull’efficacia delle strategie di 'deterrenza al soccorso'. Queste hanno raggiunto il loro obiettivo prefisso? E, soprattutto, qual è stato il loro costo in termini di vite umane, e su quali basi empiriche si legittima questo approccio 'realista'? Politiche come quelle dei '#Portichiusi' si basano infatti su un’assunzione semplice, comunicativamente efficace, di natura economico-comportamentale: se si interrompono i soccorsi, la mortalità per rotta aumenta, e la crescita del rischio di attraversamento complicherebbe le cose ai trafficanti perché indurrebbe meno migranti a tentare l’attraversamento.

Dati alla mano, però, questa teoria fa acqua da tutte le parti. Innanzitutto, alcuni studi, come quello di Cusumano e Villa ('A Pull Factor of Irregular Migration? Migrant Rescue NGOs and Seaborne Mobility across the Central Mediterranean'), hanno già affrontato il problema in termini di arrivi, mostrando come i flussi migratori si siano ridotti, e di gran lunga, più durante la reggenza di Minniti che nell’'era Salvini'. È possibile, tuttavia, che tali cambiamenti siano dovuti a 'shock' indipendenti dalle politiche mi- gratorie stesse, e per questo si può notare una crescita del numero totale di tentativi di attraversamento nel Mediterraneo Centrale in relazione alle altre rotte migratorie, controllando solo per quei migranti per cui l’attraversamento è possibile verso tutte e tre le rotte (si veda il primo grafico). Il paragone con le altre rotte è possibile dato che nella finestra di studio (gennaio 2017 - giugno 2019) né Spagna né Grecia, né i Paesi da cui gli attraversamenti hanno inizio, hanno modificato in modo rilevante le proprie politiche migratorie. In questo contesto, l’impatto maggiore sembra essere stato causato dalle pur discutibli politiche di Minniti, piuttosto che da quelle di Salvini.

Le politiche di Salvini potrebbero avere senso solo comparativamente all’incremento nella tratta occidentale, ma è difficile credere che l’effetto di dislocazione sia stato immediato, quanto piuttosto dovuto all’ostruzione dei flussi in Libia dovuta alle politiche di Minniti. In questo caso, controllando poi per effetti stagionali ed altri fattori esogeni come le condizioni del mare, l’effetto sul numero di tentativi al giorno si riduce di molto e diventa presto poco significativo da un punto di vista statistico. Sommando, infine, i flussi verso Spagna e Italia, e confrontandoli con quelli verso la Grecia, non si registra alcuna variazione significativa (se non alcuni effetti stagionali) nei flussi migratori nell’una e nell’altra area, indicando non solo che le politiche di Salvini non hanno avuto effetti particolarmente significativi sul numero di tentativi di migrazione, ma anche che l’esperienza Minniti ha in buona parte portato a una rilocazione dei flussi verso la Spagna, piuttosto che a un’interruzione netta degli stessi. Sul profilo della mortalità in mare, tuttavia, il quadro è ancora più cupo. Da quando il governo Conte I si è insediato, la mortalità è aumentata non solo in termini relativi, ma assoluti, un risultato sconcertante se si considera come i flussi giornalieri siano diminuiti, se non rimasti invariati (si veda il secondo grafico).

Controllando poi per il numero di sbarchi, le condizioni del mare, e altri fattori esogeni, si può escludere che questi cambiamenti siano frutto del caso. In numeri, si parla di un incremento di almeno 4 morti al giorno, indicando una crescita del tasso di mortalità del 7,5%, in media. Resta da chiedersi se le tragedie in mare, in sé, possano influenzare il numero di sbarchi in futuro. Vale a dire: una volta che migranti e trafficanti vengono a conoscenza di un naufragio, è possibile individuare un effetto di deterrenza? In realtà, una volta controllato per la correlazione tra mortalità e flussi migratori, anche la teoria alla base della deterrenza al soccorso cede miseramente: se, a un giorno dall’annuncio, gli sbarchi si riducono di 1,45 individui, questo effetto viene interamente riassorbito nei giorni successivi. Le partenze, in media, non vengono interrotte, ma solo rimandate.

Questi risultati suggeriscono non solo che #Portichiusi abbia avuto un costo rilevante in termini di vite umane, ma soprattutto come le sue assunzioni di fondo sono sbagliate: i rifugiati o sono troppo disperati per tenere conto del rischio di morte nel corso dell’attraversamento, o più semplicemente hanno poca se non nessuna scelta nel proseguire o meno la tratta. Anche per le terribili condizioni di detenzione in Libia a causa del 'tappo' dei movimenti terrestri di cui qui ci siamo occupati. In ogni caso, affermare che interrompere i salvataggi ha impedito e impedirà future morti in mare è una sciocchezza. L’errore di base, per malizia o per ingenuità, sta nell’assumere che i rifugiati siano semplici 'migranti economici', la cui decisione di migrare nasce solo dalla ricerca di opportunità economiche migliori. Purtroppo non lo sono.

Ricercatore di Economia all’Università di Modena e Reggio Emilia

(Questo articolo riassume il paper «#Portichiusi: the human costs of migrant deterrence in the Mediterranean»)

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