mercoledì 30 maggio 2018
Una ricerca rivela che gli studenti italiani sono disillusi riguardo a un sistema scolastico che a loro parere non li prepara per il futuro professionale e l'impegno civile
I giovani e la scuola: «Vogliamo diventare cittadini»

Né pessimisti, né catastrofisti, ma neppure completamente soddisfatti; piuttosto attenti valutatori dell’esperienza che hanno vissuto e portatori di istanze di rinnovamento. Così appaiono nei confronti della scuola i 1.000 giovani italiani (dai 18 ai 34 anni di età) intervistati all’interno di una indagine, confluita nel Rapporto Giovani 2018 realizzato dall’Istituto Giuseppe Toniolo, che ha visto coinvolti complessivamente 5.000 giovani di cinque Paesi europei (Italia, Spagna, Francia, Germania, Regno Unito).

Di fronte alla domanda «A che cosa serve la scuola?» i giovani europei intervistati, e tra loro gli italiani, hanno restituito nelle loro risposte quel carattere di polifunzionalità che è uno dei tratti tipici dei sistemi scolastici contemporanei. La maggior parte dei giovani riconosce innanzitutto alla scuola la funzione di accrescere e potenziare il bagaglio delle conoscenze e delle abilità personali, che risulta al primo posto tra i giovani di tutti e cinque i Paesi coinvolti nelle indagini. Sono stati soprattutto quelli del Regno Unito, nell’84,7%, a dichiararsi d’accordo con l’affermazione che la scuola serve ad aumentare le conoscenze e le abilità personali. Seguono poi gli spagnoli (82,4%), i tedeschi (80,6%), i francesi (80,2%) e gli italiani (77,7%), che dunque risultano certamente convinti ma più prudenti dei loro coetanei europei nel riconoscere al sistema scolastico la capacità di istruire. Un’alta percentuale di riscontri ha avuto anche l’affermazione che la scuola serve a imparare a ragionare, che ha visto d’accordo mediamente più del 72% dei giovani, ma con distanze maggiori tra i diversi Paesi. Sono innanzitutto i tedeschi (79,2%) a riconoscere alla scuola questa funzione, seguiti da italiani (75,1%), francesi (73,7%) e spagnoli (73,2%). Più bassa invece al riguardo è risultata la percentuale dei giovani britannici (63,7%).

La terza funzione che ha trovato ampia accoglienza nei giovani intervistati è quella socializzante. Che la scuola serva per imparare a stare con gli altri è riconosciuto dal 76,3% dei giovani francesi, dal 74,1% dei britannici, dal 73,4% degli italiani. Meno numerose, anche se sempre oltre il 60%, le risposte positive dei giovani spagnoli (66,8%) e dei tedeschi (63,5%). Minore rilevanza, anche se nella maggior parte dei casi con percentuali di accordo superiore al 60%, è data al fatto che la scuola possa servire a formare cittadini consapevoli e a capire le proprie attitudini. Più debole, anche se riconosciuto da almeno il 50% dei giovani intervistati, il ruolo giocato dalla scuola per accrescere nelle persone la capacità di saper affrontare la vita. Sono soprattutto i giovani del Regno Unito (62,3%) a essere d’accordo con l’affermazione che la scuola serva a saper affrontare la vita, mentre è molto più bassa al riguardo la percentuale degli spagnoli (47,4%) ma anche quella degli italiani (52,2%).

Le differenze più forti si hanno tuttavia in merito al rapporto tra scuola e mondo del lavoro. In questo caso le risposte riflettono la diversa conformazione dei sistemi scolastici. Se infatti secondo il 74,7% dei giovani tedeschi intervistati la scuola serve per trovare più facilmente lavoro, sono d’accordo su questo aspetto il 59,2% dei giovani del Regno Unito, il 58,5% dei francesi, il 49,2% degli spagnoli e solo il 44,5% degli italiani. Pochi sono anche i giovani del nostro Paese (29,7%) che ritengono che il sistema scolastico serva per capire come funziona il mondo del lavoro, leggermente più convinti risultano i francesi (37,4%), più ottimisti al riguardano sono invece gli spagnoli (44,7%), i tedeschi (49,4%) e soprattutto quelli del Regno Unito (54,3%).

I giovani italiani dunque giudicano ancora distanti la scuola e la realtà lavorativa, un risultato che sembra in linea con quanto raccolto dall’indagine svolta per il Rapporto Giovani 2017 che aveva messo chiaramente in luce la richiesta di un legame più stretto tra la scuola secondaria di secondo grado italiana e il mondo del lavoro. Tra gli italiani intervistati, inoltre, il 13,8% si è trovato d’accordo con l’affermazione che la scuola non serva a nulla; solo i giovani del Regno Unito sono risultati al riguardo più numerosi (18,3%), mentre la più bassa percentuale di accordo si è avuta tra i tedeschi (11,9%).

Se alto è il numero dei giovani che riconosce alla scuola di svolgere positivamente una pluralità di funzioni sociali e formative, altrettanto rilevante appare la percentuale di coloro che si dichiarano favorevoli al rinnovamento dei sistemi scolastici su diversi punti. Tra i giovani europei, sono gli italiani e gli spagnoli quelli che presentano maggiori istanze di cambiamento. Per quanto riguarda il nostro Paese il 62% si dichiara favorevole all’aumento attività laboratoriali; il 61,4% è d’accordo con l’aumento dell’uso delle nuove tecnologie; il 58,6 % con la crescita delle ore di lingue straniere, il 58,4% con l’incremento delle ore di stage e tirocinio nelle attività lavorative.

La richiesta che sembra riscontrare maggiori consensi trasversali tra i cinque Paesi coinvolti nell’indagine è quella di dare la possibilità agli studenti di scegliere alcune discipline piuttosto che altre. Sono, anche in questo caso, soprattutto i giovani italiani a chiederlo (62,2%) seguiti dal 58,5% degli spagnoli, il 55,4% dei francesi, il 59,2% dei tedeschi e il 47,8 dei giovani del Regno Unito. I giovani nel loro complesso, ma con una prevalenza di quelli italiani e spagnoli, chiedono una scuola più flessibile e più ricca di proposte formative. Sembrano avere le idee chiare su cosa vorrebbero ma sono molto meno propensi a riconoscere cosa andrebbe tolto per non caricare il sistema scolastico di troppe attese e richieste. Per fare un esempio: se, come abbiamo visto, oltre il 60% dei giovani italiani è favorevole all’aumento delle ore di attività laboratoriale, il 62,7% ritiene che dovrebbero restare comunque invariate le ore di lezione frontale. Quelli dei giovani sembrano dunque essere auspici, che spetta però al livello delle decisioni politiche ascoltare e raccogliere, nella consapevolezza che occorre dare priorità e operare scelte.

Un rinnovamento i giovani lo chiedono anche ai docenti, verso i quali, come hanno rilevato altre indagini dell’Istituto Toniolo, nutrono un buon tasso di fiducia, nonostante le cronache sembrino dirci il contrario. Secondo la maggioranza dei giovani intervistati, compresi gli italiani, negli insegnanti sono abbastanza o molto diffusi il possesso sicuro dei contenuti che vengono insegnati, le competenze inerenti la conduzione dell’azione didattica e la capacità di sapersi relazionare con la classe. In generale però i giovani italiani sono risultati i più severi nei confronti della valutazione delle competenze presenti nei propri insegnanti rispetto ai coetanei europei. In particolare solo il 37,6% dei nostri giovani (contro il 53% dei francesi) ritiene che gli insegnanti posseggano abbastanza o molta competenza nel motivare allo studio, e solo il 39,9% (contro il 51,9% dei tedeschi) ritiene che gli insegnanti dispongano della competenza per coinvolgere gli studenti con lezioni motivanti. Sotto il 50% (47,3%) il parere positivo dei giovani italiani verso la presenza nei docenti della competenza di relazionarsi con gli alunni in difficoltà. Anche in questo caso accogliere quanto i giovani esprimono può far nascere piste di lavoro significative.

Professore associato di Didattica generale e Pedagogia speciale Facoltà di Scienze della Formazione - Università Cattolica

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