La ribellione oromo fa tremare l'Etiopia
sabato 22 ottobre 2016
Ormai non è solo una protesta degli  oromo, sebbene questa popolazione rappresenti quasi un terzo degli abitanti dell’Etiopia, ben 24 milioni di persone. All’inizio di ottobre, centinaia di migliaia di dimostranti sono scesi in strada nel Paese più vasto e popoloso del Corno D’Africa per chiedere riforme politiche e più diritti, e denunciando decenni di abusi da parte del governo. Guidato dal Fronte rivoluzionario del popolo etiopico, al potere da 25 anni ininterrotti, l’attuale esecutivo è riuscito finora a mantenere un controllo pressoché totale, annunciando alle ultime elezioni del 2015 una vittoria con il 100% dei voti. La protesta anti-governativa, che va avanti ad ondate dallo scorso novembre, si è estesa dalla regione dell’Oromia a quella dell’Amhara, abitata dalla seconda comunità più importante del Paese, pari a circa il 27% della popolazione. Segno che gli equilibri sono profondamente cambiati: il partito al governo, espressione della minoranza tigrina (6% della popolazione) ha acquisito e mantenuto il potere puntando su una divisione, quella fra oromo e amhara, che ha radici storiche. Ora la solidarietà crescente fra i due gruppi, che insieme rappresentano quasi due terzi della popolazione, è impossibile da ignorare.  Di fronte all’ultima ondata di proteste, il 9 ottobre il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza, che durerà almeno sei mesi. L’episodio più grave si è verificato il 2 ottobre, durante l’annuale raduno religioso in Oromia a Bishoftu, località sul grande lago Harsadi a circa 40 chilometri a sud-est di Addis Abeba. La polizia è intervenuta esplodendo colpi e gas lacrimogeni sulla folla, in mezzo alla quale c’era chi scandiva slogan anti-governativi. Uomini, donne e bambini sono morti calpestati nella calca. Secondo il governo le vittime sono state 52. Il direttore di Oromia Media Network, Jawar Mohammed, ha invece scritto su twitter che i cadaveri recuperati e trasportati ad Addis Abeba sono stati 175 e che oltre 120 feriti sono stati ricoverati nell’ospedale di Bishoftu. Secondo Human Rights Watch, dall’inizio delle proteste le vittime sono state almeno 500. Mentre 1.600 sono stati gli arresti. Cifre esagerate secondo il governo. Ma ciò che sta accadendo in Etiopia, Paese sul quale Stati Uniti e Unione europea hanno sempre puntato come 'garante' di stabilità nel Corno D’Africa, desta serie preoccupazioni. L’11 ottobre Angela Merkel, atterrata ad Addis Abeba come terza tappa del suo viaggio in Africa, ha sollecitato le autorità etiopi ad 'avviare colloqui' con l’opposizione, perché «una democrazia dinamica ha bisogno di un’opposizione e ha bisogno di libertà di stampa». In risposta, il premier etiope, Hailemariam Desalegn, ha annunciato nella conferenza stampa congiunta di volere riformare il sistema elettorale affinché l’opposizione sia meglio rappresentata.  Finora però il governo ha dimostrato di far più conto sul controllo e sulla repressione del dissenso che sul dialogo, mettendo in prigione gli oppositori e aggiungendo alle già pesanti limitazioni della libertà di stampa anche la censura del web. Ora lo stato d’emergenza rischia di aggravare la situazione: l’esecutivo ha già bloccato gli accessi ad internet – e in particolare ai social network – con l’obiettivo di impedire l’organizzazione di nuove proteste. Le radici di questo conflitto interno non sono però solo legate a una mancata condivisione del potere delle diverse etnie. A giocare un peso rilevante, oltre alla storica discriminazione degli oromo, sono gli squilibri economici e, soprattutto le decisioni legate alla gestione della terra, che negli ultimi decenni hanno reso l’Etiopia uno dei Paesi più esposti al land grabbing, ovvero l’acquisizione di ampi appezzamenti di terreno da parte di investitori esteri. Le fattorie gestite da aziende olandesi e indiane – ma ce ne sono anche di italiane – in cui si coltivano fiori oppure frutta e verdura, o anche palma da olio (che richiede molta irrigazione in un Paese che deve fare i conti con la siccità), sono di fatto isole agricole a sé stanti e autosufficienti, a volte concesse sottraendo terre di uso comunitario o già coltivate, e non è ancora chiaro che tipo di sviluppo portino a livello locale.  Durante la carestia che per tutto lo scorso anno ha colpito il Paese, affamando milioni di persone e facendo lievitare i prezzi dei beni alimentari, autobus carichi di frutta e verdura freschi coltivati in Etiopia arrivavano regolarmente due volte alla settimana a Gibuti, per essere venduti nel Paese vicino. A suscitare la protesta degli oromo, lo scorso novembre è stato, non a caso, l’Integrated Developement Master Plan, un progetto di estensione della capitale Addis Abeba che prevede la creazione di una zona industriale nella regione dell’Oromia e l’esproprio di terreni agricoli dell’area interessata. Lo scorso gennaio il governo ha ritirato il piano, bollato come land grabbing dagli oromo, ma le proteste sono proseguite per chiedere maggiore rinascimento politico, economico e culturale. A scendere in strada è stata anche «una nuova generazione di giovani che ha accesso ai media e che non è più disposta ad accettare in silenzio l’autorità indiscussa e quasi 'sacra' del governo centrale», afferma un cooperante italiano appena rientrato all’Etiopia. Il mondo ha saputo quanto stava accadendo in Etiopia il 21 agosto grazie a Feyisa Lilesa, medaglia d’argento alla maratona di Rio 2016. Al traguardo l’atleta oromo ha incrociato i polsi sopra la testa come se fossero imprigionati da manette. «La mia famiglia è in prigione e se si parla di diritti si viene uccisi» ha detto ai giornalisti dopo la finale. Quel che è certo è che l’Etiopia non può rischiare la propria immagine di Paese affidabile per gli investimenti e perno degli equilibri politici nel Corno D’Africa. E una transizione violenta del potere, o peggio ancora una guerra civile, sarebbe una catastrofe che nessuno può permettersi. Solo l’Unione europea ha destinato 745 milioni di euro di assistenza allo sviluppo dell’Etiopia per il periodo 2014-2020 e negli uffici della Commissione – fa sapere un funzionario che non vuole essere citato – c’è preoccupazione. A  subire già dei contraccolpi rilevanti è l’aiuto umanitario e la cooperazione allo sviluppo nel Paese. A confermarlo è Fabio Manenti, medico e responsabile dei progetti in Etiopia di Medici con l’Africa-Cuamm, organizzazione che da ben 36 anni lavora in modo continuativo nel Paese per rafforzare il sistema sanitario, e che ha fondato con la Chiesa cattolica e le autorità locali l’ospedale san Luca di Wolisso, che si trova proprio in Oromia. «L’ordinario in ospedale prosegue normalmente, però siamo stati costretti a sospendere tutte le attività di assistenza sanitaria sul terreno – afferma Manenti –. Sono le persone stesse che non raggiungono più i centri sanitari, c’è molta paura e tutti hanno limitato gli spostamenti. Le strade sono presidiate da militari e polizia» Di fronte a questa rivolta popolare, le vie d’uscita sono incerte, e richiederebbero di mettere mano a cause radicate e strutturali. L’economia dell’Etiopia negli ultimi dieci anni ha galoppato a un ritmo del 10% annuo di incremento, attirando capitali e investimenti dall’estero. Ma fuori Addis Abeba il volto di questo vastissimo Paese è rurale: l’80% dei suoi 102 milioni di abitanti vive di agricoltura famigliare o su piccola scala e di pastorizia. E della crescita economica ha spesso visto solo gli svantaggi.
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