sabato 26 ottobre 2013
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L’attenzione con cui nel mondo tantissimi stanno seguendo la vicenda della piccola Maria (la bambina bionda che viveva con falsi genitori rom, in Grecia), ha qualcosa di misterioso. È un’attenzione in cui si mescola curiosità (una bambina bionda? Con quei genitori nerissimi? Come c’è finita? Rubata? Comprata? Regalata?) e (forse inconscio e poco chiaro) senso di paternità e maternità. Quella bambina è diventata subito nostra figlia. Sollecita in noi un amore protettivo. Vorremmo portarcela via. La amiamo.
La potenza della notizia sta nelle immagini. Soprattutto tre: la bambina da sola, in primo piano, dritta in piedi, magra, snella, in pantaloni lunghi; la bambina sola, in primo piano, treccine male intrecciate, sguardo defilato, non ci fissa, ma si vedono gli occhi verde-azzurri; la bambina in mezzo ai falsi genitori, in un contrasto enigmatico: lei biondo-oro, loro neri-notte, lei snella, loro corpulenti. La piccola guarda di lato e ha la bocca storta, sta masticando. La nostra reazione, di noi occidentali è: siamo noi i tuoi genitori, vieni qui, bambina nostra. La notizia, finché resiste, e le notizie analoghe, di bambini biondi con genitori scuri trovati qua e là nel mondo, rilanciano il senso di genitorialità. Perciò è una notizia importante. Vale la pena scavarci dentro. La domanda riassuntiva è: cosa proveremmo noi ad essere i genitori di una bambina così? E anche, e non vi sembri una domanda solo moralistica: si può dar via una bambina così? Primo: è una bambina. E noi lettori (maschi) abbiamo reazioni diverse dalle lettrici. Noi saremmo padri, loro sarebbero madri.
Per noi uomini avere un figlio maschio significa ripeterci, rivivere la vita che abbiamo vissuto, rinascere, impossessarci da capo della nostra metà del mondo. Avere una figlia femmina significa rinascere nell’altro, nel diverso, conoscere l’altra metà della vita e dell’esistenza. Col maschio ti ripeti, con la femmina ti completi. Ha qualcosa di amorevole, di appassionante, ma anche di forsennato, la furia precipitosa con la quale, quando nasce un bambino, tutti i parenti corrono a vederlo. A chi assomiglia? Chi è che rinasce in lui? Il padre? O il nonno? O il padre della madre? Se un bambino, un figlio, è questa metà del mondo, vale quanto la figlia, che è l’altra metà. Il film Lanterne Rosse, Leone d’Oro a Venezia, è ambientato nella Cina pre-Mao, e c’è una donna che ha avuto una figlia e dice: «Purtroppo è una donna, non vale niente».
Nella Cina, anche adesso, l’istinto, incoraggiato dalla legge, è puntare sul figlio maschio. Se hai un figlio maschio non puoi cercare di averne un altro, ma se hai una femmina, ora hai diritto di tentare un’altra volta, una sola. Questa biondina del campo rom è una bambina. Certamente nel suo essere stata data via c’entra la femminilità. La figlia femmina è più amabile del maschio (spero di essere capito bene): nei film, quando un killer vuol colpire una famiglia, colpisce la bambina. All’età di questa Maria, la bambina gioca già con le bambole, in una complessa rete di simboli in cui attua l’istinto di maternità. Lei, piccola, fa da madre a una bambola più piccola. Anche nella donna più piccola c’è già l’essere madre. Di che cosa? Sto entrando in un campo nel quale, quando scrivevo un romanzo sulla maternità, ho cercato lumi ma non li ho trovati. L’essere madre (più dell’essere padre) ha per oggetto la vita, non un figlio: la donna generatrice si sente potente, sta procreando, cioè 'creando al posto di'. C’è un momento delicatissimo in cui la donna incinta può sapere, se lo desidera, che cosa sta generando, se un maschio o una femmina. A noi maschi parrebbe una curiosità da soddisfare. Ma non è così.
Ci sono donne che rifiutano, rispondendo: «Adesso non so cos’è, se un bambino o una bambina, e a me pare di averli ambedue; se scopro che è uno solo, mi sembrerà di aver perduto l’altro». Quindi, tengono il mistero per evitare il lutto. Nel reparto ostetrico, ogni madre si sente sorella delle altre madri, come se tutti i parti fossero un unico parto collettivo. Questo sentimento non si estingue più. Anche per questo sentimento sentiamo la piccola e bionda Maria come portata via a noi, alle nostre case. Come Denise. Come Maddie. Non vediamo l’ora che tornino.
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