giovedì 14 settembre 2017

La natura ci sgomenta. Tempeste, devastazioni. Uomini sommersi, spazzati via o deviati verso la sventura e la fatica. La natura ci sovrasta. Nel periodo in cui van di moda le cose (cibi, creme, ginnastiche) 'naturali' e in cui il potere sulla natura pare giungere il massimo, dalla presunta onnipotenza del web alle aspirazioni della genetica, ecco, la natura ci ricorda: siamo fragili. Ma lo sgomento che ci coglie quando assistiamo a tremendi spettacoli che trascinano nella morte e nella pena senza distinzione, alberi, fiumi, bambini, case, è segno della nostra verità umana.

Sì, avvertiamo una dismisura, un dolore che grida: non può essere solo questo il destino! Perché se il destino umano è solo quello di lottare contro la natura, di addomesticarla, allora qualcosa non torna. Infatti, se accade che un bambino sprofondi senza scampo coi suoi soccorritori oppure venga portato via dalla furia delle acque o da un morbo pur mentre ricchissime fondazioni finanziate dai nuovi padroni della Terra (come la fondazione intitolata all’inventore di Facebook) dichiarano che sconfiggeranno entro il secolo ogni imprevidenza e «tutte le malattie del mondo» significa forse che dovremmo rubricare la sorte di quel piccolo solo sotto la categoria 'sfortuna? Se il destino dell’uomo fosse solo nella lotta contro la natura, dovremmo forse rubricare con un cinico 'nati troppo presto' coloro come i nostri nonni che non hanno beneficiato della scoperta di medicinali oggi comuni?

No, la sovrastante forza della natura invita a guardare meglio e vedere la vita, a meno che non travestiamo da sistema di pensiero la ricerca della tranquillità. Il fatalismo infatti era frutto inquieto di una sapienza antica sofferta mentre spesso oggi si riduce a comodo cinismo per conservare la tranquillità. Le ferite che la natura fa patire ricordano che non siamo 'solo' natura. Il dolore, lo sgomento indicano la misura di questa differenza. Se no, la morte di qualcuno per causa naturale ci sarebbe indifferente.

E invece no, qualcosa di noi grida, si strappa. Il destino umano non è solo lotta contro la natura, suo impossibile addomesticamento. Il destino umano – del piccolo travolto dalle onde o dell’anziano che dopo lunghi anni trova riposo – si deve misurare e conoscere in altro modo. Occorre riflettere su queste cose, lo han fatto tutti i grandi dell’umanità, da Lucrezio a Leopardi a Luzi. Gesù pone nel Vangelo la questione in modo semplice, rivoluzionario: voi siete 'più del giglio del campo' oppure 'i capelli del capo sono contati...'. Indica che l’uomo non vale in quanto più potente della natura, ma in virtù del suo rapporto con Qualcosa che ne è all’Origine. La cosa grave è coltivare una certa dabbenaggine su queste cose.

Si è discusso sulla pubblicità di merendina dove un meteorite colpisce un genitore rigido. È cosa buffa, nulla di che. È più pericoloso lo spot dove una signorina sposta un albero come se ne muovesse la figura sul touch-screen di un computer. Questa facilità nel rapporto con la natura è banale e lascia la coscienza più inerme dinanzi ai fenomeni di questi giorni.

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