martedì 10 maggio 2011
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Caro direttore,ci sono giorni in cui la gioia di essere sacerdote mi esplode letteralmente dentro il cuore, giorni che è difficile raccontare con semplici parole, ma che devi raccontare, come tributo a quell’amore di Dio che ti ha chiamato a tanto. Sono alpino e sono prete immerso, appena ieri a Torino, in un fiume di centomila penne nere e un milione di persone attorno. Cifre mirabolanti che, in realtà sono tanti singoli volti, sorrisi, battimani e canti incrociati lungo i tre chilometri del percorso della sfilata. Sono alpino e sono sacerdote e a ogni singolo metro di quei tre chilometri ho toccato con mano l’affetto per l’alpino, ma soprattutto l’affetto moltiplicato per il prete con il cappello da alpino. Certamente immagine particolare e forse folkloristica, ma soprattutto amicizia vera, spontanea, luminosa. Ieri, in quei lunghissimi e brevissimi tre chilometri, ho immeritatamente raccolto l’amore di tanti sacerdoti che hanno battezzato, accudito, confessato, benedetto e sepolto migliaia di persone. "Don", cappellano, padre… a ogni singolo richiamo, fotografia, applauso spontaneo c’era, dietro, una storia lunga o breve intessuta di quotidianità con i preti che hanno segnato la vita di quelle persone che a me, rappresentante indegno di tutto questo, hanno detto grazie. Ieri ho sfilato per le vie della mia città portandomi anche la mia nipotina (cfr foto, ndr), non solo per onorare il passato ma, come prete e come alpino, per raccogliere futuro: un futuro di stima e di affetto, un futuro di gioia e di condivisione, un futuro di fatiche e di croce, un futuro da vivere sempre più insieme, sempre più con quello spirito di corpo che tanto piace degli alpini, che tanto attira e che altro non è che quel vivere a corpo di cui parla san Paolo, quel vivere a corpo che cerchiamo di costruire attorno al crocifisso e risorto ogni domenica. In tempi in cui è facile vedere il buio e più difficile celebrare la luce, in tempi in cui la tentazione del rimpianto e la delusione corrodono la nostra fede e qualche volta la nostra vocazione, permettetemi di cantare, stonato come un alpino, tutta la gioia di essere cristiano e la meraviglia di essere sacerdote in mezzo alla gente, con la gente, in quella Galilea che il signore ci affida. Ieri a Torino, calda e colorata, viva e gioiosa, come un po’ mi immagino la Gerusalemme del cielo.

don Luca Peyron, Torino

Grazie, caro don Luca, per il racconto vivido e per il contagioso sentimento di serenità e di pace che questa tua "cronaca" sa ispirare; grazie per come sai spiegarci in poche righe che cosa è una "forza" buona e per il senso buono che sai trasmetterci... Oggi lo fai da prete e da alpino. Appena ieri, sulle nostre pagine (nostre perché anche tue), l’hai fatto da "ragazzo della Gmg". La direzione del cammino e il ritmo e la luce che lo fa sicuro non sono cambiati.
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