Stato, Europa e Chiesa: la via di Macron
martedì 17 aprile 2018

Come una rondine non fa primavera, così un discorso non fa una politica. Tanto più se, come nel caso dell’intervento tenuto da Macron al College des Bernardins, gli obiettivi politici sono evidenti: il presidente francese sa, infatti, che la base elettorale del Front National è in buona parte fatta da cattolici che vedono nel laicismo delle élites (a cui egli è assimilato) il nemico numero uno. In un tale contesto, egli ha voluto tendere la mano alla Chiesa francese per cercare di evitare una saldatura che gli giocherebbe contro. Detto questo, rimane il fatto che il discorso di Macron è importante. E non solo per la Francia. Ma anche per l’Italia e l’Europa.

È infatti una notizia vedere che, nella laicissima Francia, il capo dello Stato pubblicamente chiede ai cattolici – non solo come singoli, ma anche come Chiesa – tre «doni» che la «Repubblica attende»: la saggezza, l’impegno e la libertà.

Per spiegare il primo apporto, la saggezza, Macron parte dal riconoscere un punto di solito censurato: per quanto importante, la politica non può risolvere da sola i tanti problemi della società contemporanea. Usando esplicitamente la parola «umiltà», il presidente francese parla dei limiti dell’azione di governo tanto nella «giurisdizione» (poiché la politica e la religione fanno riferimento a «piani diversi» su cui esercitano una propria autorità) quanto nella adeguatezza (non solo in termini di efficacia, ma anche e soprattutto di riferimenti etici). Per dare concretezza alla sua affermazione, Macron rimanda a due temi spinosi: quello dei migranti (con l’obiettivo difficilissimo di «conciliare l’umanità col diritto») e quello della bioetica e della intelligenza artificiale («non possiamo essere soddisfatti di un progresso economico e scientifico che non si interroga sulle suo impatto sull’uomo»). In questi, come in altri campi, la Repubblica ha anche bisogno – e qui il presidente non esita a ricorrere alla definizione di Paolo VI – della «saggezza della Chiesa esperta in umanità» (così come di altre religioni e filosofie). E questo perché tutti insieme condividiamo lo sforzo di costruire un «umanesimo realista» che è tale in quanto si rende conto di trovarsi in una «tensione etica permanente»: «Chiesa e politica condividono il compito di mettere le mani nell’argilla del reale e di confrontarsi ogni giorno con ciò che il temporale ha, se posso dire, di più di temporale».Il secondo dono è quella dell’impegno. Qui Macron non si limita a lodare la presenza delle comunità ecclesiali che quotidianamente danno di loro contributo a ritessere il tessuto sociale.

Il presidente francese, infatti, fa un passo più in là quando afferma che la questione dell’impegno è cruciale per le democrazie contemporanee che rischiano di venire soffocate da un «relativismo» che sfocia in un vero e proprio «nichilismo»: un mondo cioè dove la libertà, tanto declamata, sfiorisce perché «non c’è più niente per cui vale impegnarsi». Per questo, il lavoro concreto delle comunità cristiane è, per Macron, non solo «vitale », ma anche «esemplare» nella misura in cui riaccende la speranza che qualcosa ancora può essere fatto di fronte ai tanti problemi che ci assillano. La democrazia – prima e al di là dell’intervento dello Stato e dei soldi pubblici, sottolinea il presidente francese – ha più che mai bisogno di cittadini disposti a contribuire in prima persona al miglioramento del mondo.

Il terzo dono è quello della libertà, spirituale e di parola. Con una punta di provocazione, Macron chiede alla Chiesa cattolica di fare fino in fondo il proprio mestiere. Di essere, cioè, presente nella sfera pubblica con i suoi valori e le sue preoccupazioni. Sulla linea di quanto già sostenuto da Jürgen Habermas, il presidente francese si rende conto di quanto sia prezioso il patrimonio del pensiero religioso per aiutare l’opinione pubblica a non venire sopraffatta da un «materialismo» asfittico che finisce per chiudere l’orizzonte democratico e distruggere le basi morali della convivenza. Tutto ciò che riapre lo spirito – a cominciare da una fede vissuta con onestà e intelligenza – non può che far bene alla democrazia.

Con questo discorso, Macron ridisegna i rapporti tra Stato e Chiesa. Il mondo che abbiamo costruito è esposto a rischi enormi – ambientali, sociali, economici, politici, umani. Nessun potere da solo può pensare di farcela: i piani toccati sono molteplici, la posta in gioco altissima. Solo una nuova alleanza fra politica e religione può permetterci di affrontare il futuro che ci attende senza soccombere. Una alleanza che non è confusione di ruoli né tanto meno invasione di campo. Ma al contrario, il riconoscimento di una complementarietà fatta di reciproco rispetto.

Al di là degli interessi politici personali, mentre si propongono in Europa e nell’area mediterranea vicende che metteranno alla prova queste sue intenzioni, Macron indica così una via buona non solo per la Francia, ma anche per l’Italia e l’Europa tutta. In un passaggio, l’uomo dell’Eliseo dice che la discussione sulle radici cristiane del Vecchio Continente assomiglia un po’ a quella sul sesso degli angeli. È un’opinione. Mentre è un fatto ciò che afferma subito dopo: ciò che conta è la «linfa» che le comunità cristiane sono oggi capaci di generare. Una linfa che, quando scorre nelle vene di un Paese, contribuisce a far vivere la pianta e, a suo tempo, a dare frutto.

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