«Adottata, non cerco le origini». Ma perché negare la possibilità?
mercoledì 14 febbraio 2018

Caro direttore,

le scrivo a proposito dell’articolo di Luciano Moia che ha per tema la ricerca delle origini da parte dei figli adottati («Origini biologiche dei figli: diritto sempre più ampio», 'Avvenire' del 23 gennaio 2018). La ricerca delle origini è di sicuro un aspetto importante per ogni figlio adottivo (soprattutto per chi viene da Paesi lontani) se viene intesa come ritorno alle proprie radici e alla propria terra, per poterne respirare odori e profumi e, quindi, riscoprire anche cibi e abitudini. Ma quando la ricerca di chi ci ha generato diventa il solo e unico scopo della nostra vita allora diventa un’ossessione che non porta a nulla. Chi è tormentato dall’idea di cercare la propria mamma (come la chiamano questi ragazzi) non si è mai sentito veramente figlio nella propria famiglia. Ah, mi scordavo di dirle che sono una figlia adottiva, nata a Milano e dopo tre anni di istituto adottata da coloro che sono i miei genitori. Grazie a questo sono rinata nella mia famiglia, e non ho mai sentito il bisogno – anzi, il desiderio – di andare alla ricerca di chi mi aveva donato la vita. Per me è sempre stato importante ringraziare la donna che mi ha messo la mondo perché ritengo che abbia compiuto una scelta molto difficile: mi ha dato la vita e mi ha donato; che cosa posso chiederle di più? Dovrei andare ad indagare il motivo per cui non mi ha tenuto con sé? Beh, a me non importa. E comunque credo non sia stato per niente semplice. Parliamoci chiaro: quando una donna decide di donare il proprio figlio, non ha certo bisogno che quest’ultimo la vada a interrogare sul perché di un simile gesto. Figuriamoci, poi, se quella donna ha deciso di partorire in anonimato. Mi sembra che in quel modo abbia dato un messaggio chiaro: «Figlio/a mio/a, ho voluto donarti la vita perché non era giusto non farlo, ora non posso proprio occuparmi di te e per questo ti dono a un’altra mamma e a un papà che sapranno amarti e crescenti, ti voglio bene e ti lascio andare». Perché fare una legge che magari induca il figlio nato con l’anonimato a ritornare alla ricerca di quella donna, che per altro ha la facoltà di rifiutare l’incontro, e cambiare un equilibrio che magari, nel tempo, si era costruito a fatica? Cosa gioverebbe al ragazzo? In caso di rifiuto da parte della donna si potrebbe davvero sentire 'rifiutato', e allora? Parliamo di una ricerca che, alla fine, ha fatto male a molte persone: a una donna, al figlio e anche alla famiglia adottiva. Inoltre, mi pare anche che questa legge non tuteli più quelle donne che invece di abbandonare il loro bambino chissà dove decidono di partorire in anonimato. Per quanto riguarda figli nati con la fecondazione eterologa o da madri surrogate, sarà compito dei loro genitori legali raccontargli che sono nati per una scelta egoistica e non per un atto d’amore e per questo non sarà possibile sapere da dove arrivano. Questi ovviamente sono i miei pensieri. Cordiali saluti.

Greta


Gentile signora Greta,

il nostro direttore mi gira la sua lettera e molto volentieri riannodo insieme a lei i fili di una questione di cui in questi mesi ci siamo a lungo occupati. Lei, come figlia adottiva, riferisce la sua preziosa esperienza positiva e si dice grata sia alla sua mamma biologica che, certo in condizioni difficili, ha avuto il coraggio di metterla al mondo, sia ai genitori adottivi che giustamente considera la sua famiglia. Abbiamo ascoltato i racconti di decine di figli adottivi e nessuno, mi creda, ci ha riferito situazioni molto diverse dalla sua. Tutti, pur con le varianti che fanno parte della nostra unicità personale, ci hanno raccontato di un rapporto sereno con la famiglia in cui erano stati accolti e di una gratitudine profonda ai genitori che ne avevano accompagnato la crescita. Ma queste persone ci hanno anche riferito che, a un certo punto della vita, spunta la necessità di ricucire quello strappo con il passato. Un desiderio intensissimo e, immagino, del tutto naturale, di andare al fondo della propria identità personale. Se il Comitato per il riconoscimento delle origini biologiche raccoglie migliaia di aderenti, si tratta evidentemente di un desiderio che accomuna tante persone. Perché negare questa possibilità? La proposta di legge, che riprende il modello di norme esistenti in altri Paesi europei, riconosce proprio questo diritto. Sarà una buona legge? Rispettosa del diritto delle madri all’anonimato – per quelle che vorranno mantenerlo – e dei diritti dei figli che lo desiderano a conoscere il proprio passato? Anche noi lo auspichiamo. Ma, come abbiamo fatto notare, se questo diritto viene riconosciuto ai figli adottivi, non vediamo perché dovrebbe essere negato ai figli nati con la fecondazione eterologa o con la pratica riprovevole dell’utero in affitto. Ci sembra infine un po’ semplicistico concludere che basterà dire a queste persone che sono nate per una «scelta egoistica». Mi pare si tratti di un giudizio che non tocca a noi. Possiamo valutare negativamente l’atto – e sulla cosiddetta 'gestazione per altri' e sul mercato dei gameti, come si sa, non siamo mai stati teneri – non pretendere di guardare nel cuore delle persone. Quello lasciamolo fare al Padre Eterno.

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