domenica 11 febbraio 2018
Caro direttore, ha fatto riflettere il caso di Patrizia Cocco affetta da Sla che a soli 49 anni ha deciso, in forza della recente legge sulle Dat, di porre fine alla sua vita
La cura non si offre in luoghi tristi
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Caro direttore,
ha fatto riflettere il caso di Patrizia Cocco affetta da Sla che a soli 49 anni ha deciso, in forza della recente legge sulle Dat, di porre fine alla sua vita. Il mondo della sanità è complesso, difficile da capire e da interpretare perché ha a che fare con un bene primario della persona che è la salute. Spesso, però, si confonde il diritto alla salute con il diritto alla guarigione, una confusione che ha portato il paziente, oggi spesso definito 'cliente', a voler sempre e comunque guarire e vivere, richiedendo talvolta anche forme di accanimento terapeutico, e paradossalmente anche a decidere se e quando voler morire, supportato in questo dalla recente legge sul fine vita. In questo contesto il medico, sostituito dal legislatore, rischia ormai di assumere il ruolo di figura marginale, quasi di comparsa, quando non addirittura di mero esecutore di volontà espresse. Il cardine su cui si è sempre fondata la buona medicina ippocratica e cioè il rapporto medicopaziente è incrinato e rischia di rompersi definitivamente.

La professione del medico, che non è un 'mestiere', veniva definita un tempo come 'missione', affermazione forte e di grande responsabilità ma che dovrebbe ancora avere un suo fondamento. Fare il medico non è soltanto prendere una laurea in medicina o una specializzazione, ma è una forma mentis, un habitus comportamentale, una preparazione che coinvolge totalmente il professionista. Non si tratta solo di fare diagnosi o prescrivere una adeguata terapia, ma è farsi carico dell’altro cercando di penetrare con discrezione nel suo vissuto, di trasferire la propria scienza e agire con coscienza verso il sofferente, capirne i timori , donargli speranza migliorando la sua condizione di sofferenza, fargli capire che tu sei con lui e che il tuo non è un semplice rapporto professionale ma qualcosa di più profondo: in sintesi, cercare non solo di curare la malattia ma 'prendersi cura' della persona che è molto di più.

Tutto questo però non è scritto sui libri, non lo si trova su internet, neppure lo si impara per caso, ma lo hanno sempre insegnato le grandi scuole di medicina e di umanità oggi sostituite da una visione della medicina dove, nelle scelte, spesso il curriculum è un optional, dove l’anzianità professionale viene guardata con sospetto anziché essere messa a servizio dei più giovani, dove ciò che più conta è il Drg (il gruppo diagnostico attribuito al paziente) o il seguire linee guida sempre e comunque anche quando si potrebbe agire diversamente e con più profitto per il malato, dove il buon medico viene giudicato dalla capacità di saper usare il computer e di trasmettere i certificati online o prescrivere il meno medicine possibile, non di fare diagnosi, non di ascoltare, non di visitare, ma di riempire moduli.

Ecco perché chi ha vissuto l’era dei grandi maestri non si stupisce, poi, più di tanto se oggi quella sacralità della missione professionale che guidava la mano alla strada per una guarigione, o almeno verso una cura, viene spesso sostituita da atteggiamenti e approcci algidi. Stiamo trasformando gli ospedali e ogni altro luogo di cura non nei templi dove ci si deve far carico del malato, come torna a chiedere il Papa nel suo messaggio per la Giornata 2018, ma in tristi spazi asettici.

*Vicepresidente Associazione medici cattolici italiani

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