sabato 17 settembre 2022
Solo se uniti saremo più forti, diceva Alcide De Gasperi. Invece il Bel Paese rimane gravemente diviso tra Centro-Nord e Sud, con quest’ultimo che sembra addirittura...
L'Italia che c'è ancora da fare: senza Sud non si vince la sfida

Ansa

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Solo se uniti saremo più forti, diceva Alcide De Gasperi. Invece il Bel Paese rimane gravemente diviso tra Centro-Nord e Sud, con quest’ultimo che sembra addirittura una nazione a parte. Un limite che ci danneggia limitando il nostro peso in Europa. Ma la 'questione meridionale' è scomparsa dall’agenda elettorale, ridotta solo a qualche promessa di mance. «È indubbio che la disunità economica e sociale dell’Italia resta ancora oggi il limite strutturale più evidente e meno affrontato», dice l’Eurispes sottolineando che una nazione non può dirsi tale se un suo terzo è in condizioni radicalmente diverse da quelle degli altri due terzi. «Non lo può per ragioni morali, civili ed economiche. La coesione sarebbe la riforma economica più importante per tornare tra i leader mondiali anche grazie alle cospicue risorse che arriveranno dal Pnrr». Far crescere il Sud, cioè metterlo finalmente in condizione di crescere, sarebbe un affare.

Anello debole è il rapporto Stato-Regioni che non funziona, in particolare nessuna delle Regioni meridionali supera per reddito e attività produttive quelle del Centro-Nord. E non è una questione di maggiori autonomie e poteri, ma di incapacità e mancanza di visione solidale. L’endemica questione della criminalità organizzata può essere superata con più investimenti sociali. La politica per conquistare i cittadini, oggi tanto disillusi, deve far percepire che sia veramente utile e impegnata a cambiare in meglio la loro condizione di vita. Per una persona del Mezzogiorno questa attesa di attenzione è ancora più forte a fronte di una realtà segnata da tanti giovani senza sbocchi, dal lavoro precario con famiglie quindi in difficoltà a condurre una vita dignitosa e la povertà educativa che coinvolge fasce significative di minori.

Preoccupati ad accapigliarsi sugli sbarchi a Lampedusa o Pozzallo, ai partiti pare sfuggire che da anni una quantità ingente di giovani del Sud migra all’estero depauperando così il capitale umano di una Italia sempre più vecchia. Forse i problemi risultano troppo complessi da risolvere da parte di un’aspirante classe dirigente di governo che non ha la cultura e gli strumenti adeguati ad affrontare le questioni di ricostruzione e rilancio dell’Italia. Ma accanto alla definizione dei problemi e alle strategie per superarli, c’è bisogno di alimentare una unità sentimentale tra gli italiani.

Non c’è quasi famiglia del Nord che non sia imparentata con una del Sud mentre la politica stenta a trovare una interpretazione unitaria. Già molti anni fa i vescovi italiani scrissero che «il Paese non si salverà se non insieme». Per spingere i calcoli ci vuole più cuore. Urge un processo virtuoso tra comunità per avviare scambi pubblici-privati di saperi, esperienze, capitali e risorse varie al fine di crescere in un’ottica di fraternità concreta. E i vantaggi non sarebbero solo per la parte più debole, la quale possiede ricchezze che possono giovare anche alla parte più forte. Pensiamo ai giovani che vanno ad acquisire competenze tecniche in aziende del Nord e che poi potrebbero ritornare a operare nel proprio territorio d’origine, mantenendo i rapporti con le imprese che hanno fatto da tutor.

L’Italian Style apprezzato nel mondo e che ci fa campioni di export è la sintesi di arti, culture, ambiente, tecnologie e capacità di iniziativa che accomunano tutto il Paese. Stentiamo però a rendercene conto. Ora si aggiungono risorse importanti, digitali e dello smart working, che rendono la territorialità meno vincolante e la condivisione ancora più fattibile.

Queste riflessioni sono scritte a quattro mani da un uomo del Sud e uno del Nord che credono nella necessità di costruire una nuova unità. Il riscatto della nostra Politica e la stessa evoluzione europea passano da qui.

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