sabato 3 giugno 2017

Accade a volte che si parli in modo separato, come fossero eventi autonomi, della maternità surrogata e del diritto dei bambini di avere una mamma e un papà. Anche recenti polemiche sui provvedimenti disciplinari ipotizzati nei confronti di psicologi che sostengono la centralità delle figure materna e paterna per l’infanzia avvalorano indirettamente l’idea che si possa discutere di questo tema tacendone la bipolarità: a ogni bambino privato della figura materna corrisponde il fatto che la madre è nascosta dall’ordinamento, privata dei suoi diritti, magari dopo il commercio che s’è fatto del corpo e della psiche attraverso la surroga di maternità. Le stesse dichiarazioni di Emmanuel Macron, nuovo presidente francese, che ha distinto i due eventi sembrano ignorare che a ogni donna che accetti la surroga di maternità fa riscontro, oltre al commercio umano, un bambino che crescerà senza gioire del rapporto che l’unisce a chi gli ha dato la vita.


La maternità surrogata e il bambino cui è stata tolta la mamma sono due facce della stessa medaglia, sono conseguenze e frutti di uno strappo inumano che ha violato ogni legge, divina e umana. Lo psicanalista Fabio Castriota ricorda che il rapporto madre-bambino è già scambio attivo in gravidanza, e si spera che nessuno contesti un’esperienza comune all’umanità intera, e aggiunge che «ogni volta che c’è un parto nasce anche una madre», e strappare il bambino alla madre «determina un trauma di separazione che lascia in entrambi traccia indelebile». Unire i due fatti permette di vedere più nitidamente, le conseguenze che ne derivano anche se i due soggetti vivono a grande distanza l’uno dall’altra. La prima conseguenza è quella di togliere la genealogia al bambino, e la filiazione alla madre, senza che nessuno dei due possa ricordare davvero chi è sua mamma o chi è e dove si trova suo figlio, e impedisce per sempre di poter parlare rispettivamente della madre o del figlio: sono stati come rapiti, secondo la filosofa umanista Sylviane Agacinskji, da un «mercato crudelissimo», dimezzati della propria umanità, il bambino delle proprie origini, la donna dal proprio futuro di madre. Fatti e pensieri ben noti ai lettori di "Avvenire", soprattutto nei lunghi (e non ancora conclusi) anni in cui quasi solo su queste pagine hanno avuto spazio e giusta risonanza.


Un altro esito è quello di far vivere ai figli una esperienza lontana dalla sua naturalità: sono destinati a non sperimentare mai l’unicità del rapporto con il corpo femminile, con quel grumo di tenerezza e sentimenti che tutti conosciamo, espressi ed esaltati dalla letteratura e la poesia d’ogni tempo, e possono cercare la femminilità più tardi, fuori della famiglia. Ancora una conseguenza riguarda i due eventuali "genitori" maschi caricati di compiti di supplenza del ruolo materno per il quale non sono attrezzati geneticamente. In parte, questi esiti sono riferibili a situazioni nelle quali a mancare è il padre, mentre la figura materna raddoppiata crea altri scompensi e limitazioni. Susanna Tamaro non poteva meglio sintetizzare: «Cento anni di psicanalisi, milioni di studi sul Dna e la scoperta dell’epigenetica cancellati con un colpo di spugna. Il bambino su ordinazione viene proposto come una tabula rasa da plasmare a piacimento».


Un’altra dimensione dello strappo tra madre e figlio, con la scomparsa della prima, è quella della commercializzazione di ciascuno di essi. Una dimensione che grida contro ogni cultura solidarista che ha fondato la modernità, e di cui è permeato lo Stato sociale. Sono culture che hanno lottato per la dignità della persona: quella marxiana per porre fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, quelle religiose per umanizzare i rapporti sociali e l’economia, quelle giuridiche-umaniste perché mai la persona sia oggetto di compravendita, di sfruttamento, di alienazione, con il divieto previsto in tutti i codici civile di atti dispositivi anche parziali del proprio corpo. Molto si vuol riscrivere della filosofia, dell’etica, del diritto, ma queste conquiste dello spirito dell’uomo verrebbero spogliate del contenuto umanista che le ha permeate in un lungo processo di affinamento. La diffusione internazionale della maternità surrogata, con la compravendita del figlio, ripropone pratiche pre-moderne, patriarcali e paleo-capitalistiche: per Kajsa Ekman «nel patriarcato le donne esistono in funzione degli uomini e nel capitalismo i poveri in funzione dei ricchi».

Tutto ciò farà del nascituro un ordinario oggetto di mercato con una contrattualistica che non avrebbe potuto pensare neanche il Dottor Stranamore della biogenetica, con clausole compromissorie e rescissorie, con assicurazioni per i danni recati: al figlio, ai genitori 'sociali' che acquistano i figli, alle madri che fanno nascere i bambini per poi consegnarli. E permetterà forme di pubblicità on-line che apriranno nuovi orizzonti: se posso vendere il mio corpo, e comprare e vendere il figlio che produco, non c’è più limite alla compravendita di diritti anche personalissimi che oggi sono garantiti universalmente.

Qualcuno intravede la prospettiva di nuove possibilità risarcitorie: quando i bambini cui è stata strappata la madre, o il padre, acquisteranno giorno dopo giorno piena consapevolezza della privazione subita e potranno chiedere i danni, danni enormi come immensa è stata la privazione sofferta. Ma una domanda resterà sempre senza risposta, come si possa risarcire chi è stato privato della sua identità genealogica e psico-fisica. Infatti, l’ottica risarcitoria, per quanto affinata, su questo versante non funziona: non c’è proprio nulla risarcire, perché il risarcimento non potrà mai compensare il bambino e la madre per ciò che hanno perso e per il male che hanno subito, perché hanno perso parte di sé stessi. Così ampia è la devastazione provocata dalla maternità surrogata in tutti i soggetti coinvolti che è necessario combatterla a ogni livello, compreso quello internazionale, perché venga limitata, condannata, eliminata. Come è stato per la schiavitù, come dovrà essere per la pena di morte. E forse si dovrebbe finalmente cominciare a ragionare di una carta dei valori e dei diritti del nascituro, della madre e del padre, nei loro rapporti e vincoli biologici, etici, cioè nella loro essenza umana intangibile, perché base e fondamento di una vita degna d’essere vissuta.

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