lunedì 30 ottobre 2017

Settimane sociali dedicate al lavoro sono state organizzate solo in due occasioni. La prima volta nel 1945, mentre si scriveva quella Costituzione che poi arrivò a mettere proprio il lavoro a fondamento della nostra convivenza. La seconda nel 1970, subito dopo l’«autunno caldo», mentre era in discussione lo Statuto dei lavoratori. In un momento in cui il Paese traghettava verso una nuova stagione storica. Anche oggi, come in quei due momenti, siamo in un passaggio di fase.

La crisi del 2008, intervenuta mentre l’Italia era già in declino, ha fatto pagare un costo molto alto a tante famiglie, donne e soprattutto giovani. Ora però il modello sta virando di nuovo, anche se la destinazione non è ancora ben definita. L’Italia si trova davanti a un bivio: o cadere ancora di più nella spirale dello sfruttamento e della disuguaglianza, subendo una digitalizzazione sfrenata che pretenda di organizzare l’intera società come una grande fabbrica; oppure incamminarsi verso un nuovo sentiero di sviluppo che, rilegando economia e società, metta al centro la creatività umana, arrivando a delineare una transizione migliore tra vita e lavoro resa possibile proprio dalle nuove possibilità tecniche. Per intraprendere la seconda strada, i giorni di Cagliari suggeriscono di seguire tre piste.

In primo luogo, puntare su educazione e formazione. La "persona intera" è fatta di tante dimensioni (cognitiva, emotiva, manuale, sociale) che vanno tutte stimolate e curate, avendo cura di attivare sia il sapere teorico che quello pratico. Nella consapevolezza che, in una prospettiva di sviluppo sostenibile, l’inclusione è un principio economico.
In secondo luogo, creare un ambiente favorevole a chi il lavoro lo crea e a chi lo esercita. Un obiettivo che in Italia appare ancora molto lontano: riduzione delle tasse, lotta alla burocrazia, sostegno agli investimenti. Tutti temi concreti su cui si deve cominciare a lavorare.

Infine, rinnovare lo sforzo per l’umanizzazione del lavoro. Solo il lavoro che riconosce la dignità del lavoratore e lo ingaggia nella produzione di un valore (non solo economico) rende sostenibile la competitività e permette di fronteggiare la sfida della digitalizzazione.

La buona notizia oggi è che, per fare la quantità di lavoro, occorre puntare sulla sua qualità: il che significa passare da un’economia della sussistenza – come fabbricazione e sfruttamento – a un’economia dell’esistenza – produttrice, cioè, di saper-vivere e di saper-fare – è la via per salvare e insieme umanizzare il lavoro.
Realizzare una tale conversione non è facile. Tanto più per un Paese come l’Italia che viene da un lungo periodo di disorientamento.
Ma è possibile semplicemente perché, seppure a frammenti, c’è già una parte della società italiana che si muove in questa direzione.

La strada da fare e ancora molta, ma la direzione tracciata. Cagliari ci lascia tre insegnamenti importanti. In primo luogo, la gravità della fase richiede uno sforzo particolare. Se l’Italia vuole invertire il suo declino occorre realizzare un patto intergenerazionale che miri a sciogliere una contraddizione che rischia di essere micidiale: chi ha il patrimonio non investe perché vuole proteggersi (gli anziani) e chi vuole investire non può farlo perché non dispone delle risorse necessarie e anzi è gravato dal debito accumulato (i giovani). Ciò significa proporre all’Italia un grande patto intergenerazionale basato sulla rinnovata centralità del lavoro così da far emergere il "bene comune" – vero e proprio inter-esse – che lega anziani e giovani: l’avvio di una stagione qualitativamente diversa di sviluppo (basata sulla centralità del lavoro) a vantaggio delle giovani generazioni come condizione per la sostenibilità della protezione degli anziani (che vivono più a lungo). Una opportunità che richiede la creazione di nuovi strumenti (finanziari, fiscali, contrattuali, etc.) per mettere in gioco il patrimonio (etimologicamente, il dono-del-padre) mobiliare e immobiliare accumulato in favore della ripartenza delle giovani generazioni.

In secondo luogo, per procedere sulla strada tracciata a essere decisivo è dotarsi di un metodo. Non si tratta di creare nuovi uffici o altra burocrazia. Così come Cagliari non è stato un semplice convegno, ma un momento di un percorso, fatto con voci e registri comunicativi diversi, cominciato diversi mesi fa e che ci ha messo sulle tracce dei tanti che in Italia concretamente trovano nuove e buone soluzioni al tema del lavoro e della crescita. Un percorso che non termina con la fine dei lavori di Cagliari, ma prosegue nelle diocesi e nelle città di ciascuno. Denuncia, ascolto, buone pratiche, proposte: questo è il nuovo metodo che va consolidato e che apre una nuova stagione della presenza del mondo cattolico in politica e nella società.

Proprio sul punto finale, quello della proposta, si concentra il terzo e ultimo suggerimento della 48ª Settimana Sociale. C’è bisogno di avanzare proposte precise in grado di fare i conti con la complessità della realtà. Per questo, ieri sono state date al presidente Gentiloni 4 proposte che speriamo possano trovare rapida attuazione. Ma è importante altresì che le proposte guardino nella stessa direzione, disegnando un po’ per volta quel futuro che ci piace e che desideriamo raggiungere. La primavera che si annuncia col cambio di paradigma economico in corso va accompagnata e seguita. Nella consapevolezza che, come altre volte in passato, senza il contributo coraggioso della radice cattolica il Paese non ce la farà. Non ce la può fare. È questa la responsabilità che la 48ª Settimana Sociale lascia in eredità: l’umanesimo cristiano della concretezza è, oggi come ieri, il codice più appropriato per ricomporre fede e storia.

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