venerdì 29 maggio 2015
La ricerca della verità sulle vicende del 1999. Verso un processo per le violenze commesse dalle milizie Uck. (Marco Benedettelli)
Kosovo, il crocevia del traffico d'organi (8 giugno 2012)
​C’è ancora una zona buia, una porzione di passato non del tutto esplorata e che nasconde fosse comuni, lutti, pulizia etnica e, con ogni probabilità, anche un commercio di organi perpetuato sul corpo di prigionieri inermi. Ancora nessun tribunale ha portato a processo quel che è successo in Kosovo alla fine della guerra, quando nell’estate del 1999 scomparvero nel nulla quattrocento persone, uomini e donne di etnia serba, rom, o albanesi considerati traditori. Vittime della rappresaglia di alcune frange dell’Uck, finite in fosse comuni oppure, in alcuni casi, predate dei propri organi in sale operatorie dell’orrore nel nord dell’Albania. Fatti che vedrebbero protagonisti personaggi di rilievo della politica Kosovara, a partire dal ex premier Hashim Thaçi. Reati ancora presunti, perché su di essi non si è mai arrivati a una indagine processuale completa, anche se ormai sulla tavola dei procuratori dell’Unione Europea si sono accumulate vertiginose pile di testimonianze e documenti raccolti in un decennio di indagini. Ma l’Icty, il tribunale penale internazionale dell’ex Jugoslavia per i di crimini di guerra, ha avuto mandato per giudicare solo i fatti accaduti in Kosovo entro il 1999. Se ha emesso già sentenze sui crimini commessi da Miloševic tra il 96 e il 99, non si è potuto però addentrare nel caos e nell’orrore dei serbi in fuga e dei villaggi in fiamme che hanno avuto per carnefici gli alleati della Nato, i vincitori di etnia albanese dell’Uck.
E mentre oggi il Kosovo, proclamatosi indipendente nel 2008, cerca di pianificare i propri rapporti economici e logistici con Belgrado, il Consiglio di Europa è tornato a ripetere che verranno perseguiti tutti gli sforzi necessari per "arrivare all’accertamento della verità" e all’atteso processo su crimini di guerra - traffico di organi compreso - che potrebbe vedere sul banco degli imputati la nuova classe dirigente del piccolo stato balcanico, già straziato, di suo, dalla corruzione endemica, da una disoccupazione giovanile al 50% che ha portato, negli ultimi tre mesi, un numero massiccio di cittadini (si calcola fra i 50 mila e i 100 mila) a lasciare il paese per cercare fortuna in Germania e Austria. Ma il processo è all’orizzonte. A ribadirlo è stato il presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Anne Brasseur, in visita all’università di Belgrado.A Pristina i funzionari della Eu indicano come sede naturale del processo l’Aja, dove un nuovo tribunale potrebbe riprendere ed estendere il lavoro dell’Icty. Per farcela si è dato il via a un intricato percorso diplomatico in seno agli stati e le istituzioni della Eu, ma c’è ancora uno scoglio, il processo deve essere prima riconosciuto dal parlamento kosovaro con un’apposita legge costituzionale. E non potrebbero mancare gli ostruzionismi. Intanto le dichiarazioni di Brasseur hanno avuto un’eco dirompente in Serbia e in nord del Kosovo, dove al di là del fiume Ibar vivono in una enclave 60 mila serbi in buna parte arrivati per fuggire alla rappresaglia albanese post 99. È chiaro a tutti che l’emergere di una verità processuale scioccante potrebbe rendere ancor più impresentabile l’establishment kosovaro e complicare il già tortuoso processo di riappacificazione fra le due etnie. Anche perché sulla coscienza della classe dirigente kosovara pesa un altro scandalo di traffico d’organi, quello della Clinica Medicus che ha avuto luogo a Pristina fino al 2008, con cinque persone già condannate dell’Eulex, la missione Eu per la ricostruzione dello stato di diritto del Kosovo e che ora ha in atto una seconda inchiesta che potrebbe tirare in ballo figure di spicco del Pdk.
La prima a parlare di commercio d’organi è stata Carla Del Ponte, magistrato dal 1999 al 2007 del Icty. Poi è arrivato nel 2010 il cruciale rapport di Dick Mary. Lo scorso luglio Clint Williamson, procuratore americano a capo della Special investigative task force, (Sift), istituita dall’Ue, ha ribadito nel suo rapporto le responsabilità dell’Uck per le brutalità dell’estate 1999 su minoranze serbe e rom, con omicidi, rapimenti, violenze sessuali, distruzione di chiese e di altri siti religiosi, avvenute a sud del fiume Ibar. In più, scrive Williamson, "forti indicazioni" confermano che alcuni prigionieri sono stati sacrificati al traffico d’organi, lungo un sistema di campi di reclusione disseminati nei villaggi di Cahan, Kukës, Bicaj, Burrel Rripe, Fushë-Krujë, nelle montagne fra Kosovo e Albania.Spiegano gli inquirenti che fra le pareti dell’ormai nota "casa gialla", il casolare color girasole del villaggio di Rripe, prigionieri venivano mandati nelle sale operatorie e poi uccisi. I loro organi estratti erano venduti sul mercato internazionale. Indagare sulla questione è sempre stato molto duro. Williamson denuncia un pesante clima di intimidazione sui testimoni. Alche gli altri procuratori parlano di pressioni esercitate oltre che dal governo kosovaro, da quello albanese e dai rappresentanti di Unmik (Missione di amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Kosovo), poco favorevoli a vedere i membri del nascente governo kosovaro crollare in credibilità agli occhi della comunità internazionale. Poiché nella inchiesta spuntano a più riprese nomi altisonanti della gerarchia kosovara. Come Hashim Thaçi, per tre volte premier e oggi ministro degli esteri, noto dai tempi dell’Uck ai servizi segreti mondiali per la sua attività nel traffico di eroina. Poi altri uomini del gruppo di Drenica, come Shaip Muja e Kadri Veseli, figure - spiega Dick Marty - in grado di fare pressione sulle forze diplomatiche internazionali e di condizionare le strutture della intelligence kosovara e del Pdk.
Alcuni fra i presunti ideatori del traffico d’organi del 1999 tornano, scriveva ancora Dick Marty, anche dello scandalo della Clinica Medicus, l’ospedale privato alla periferia di Pristina, teatro di una serie di trapianti di fegati, reni e cornee organizzati da un network di chirurghi e intermediari capaci procacciare donatori dai paesi sottosviluppati e acquirenti dal mondo ricco. Reati per cui due proprietari della clinica e tre membri dello staff medico sono stati già condannati a un totale di venti anni di carcere. Ora è in corso la seconda inchiesta, che coinvolge altri otto indagati. Fra questi, secondo le indiscrezioni del quotidiano The Indipendent, compare ancora Shaip Muja, deputato e attuale consigliere per la sanità del premier Thaçi, indicato come comune regista degli orrori della Casa gialla e della Clinica Medicus. Intanto proprio Thaçi ha accolto il primo ministro serbo Ivica Dacic in una conferenza inter balcanica che si è tenuta a Pristina sulla progettazione di nuove infrastrutture fra i paesi dell’area, finanziate anche dalla Comunità Europea con un miliardo di euro. Dalla fine della guerra, è la prima volta che un membro del governo di Belgrado si reca in Kosovo per una visita ufficiale, l’appuntamento è storico. Ma sul rapporto fra i due paesi, al di là delle relazioni economiche, pende ancora l’ombra sinistra del 1999. La ratifica del precesso per crimini di guerra e traffico d’organi sui prigionieri serbi è ancora in discussione. Per ora quella zona d’ombra sul passato del Kosovo rimanere nel fondo della coscienza balcanica.
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