martedì 10 ottobre 2017

Il Papa che dice parole forti e chiare sulla verità e sullo splendore della differenza sessuale e afferma senza mezzi termini che «non è giusta» l’ipotesi di neutralizzarla radicalmente «in nome della dignità della persona», è lo stesso che ha più volte spiegato come nei confronti delle vittime, più o meno consapevoli, di quella «ipotesi» vada usato uno sguardo di misericordia perché ogni persona, come si legge in Amoris laetitia (n.250) «indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto»? Sì, è proprio lo stesso.

E i due atteggiamenti, solo apparentemente contraddittori, si intrecciano invece coerentemente nella stessa dimensione umana e profetica. Chi quindi ha salutato la presunta 'svolta' normativa del Papa con toni trionfalistici, concludendo che ora, nella battaglia 'contro il gender' si possa portare l’affondo finale, si rassegni. Non c’è proprio alcuna svolta. Accogliere, accompagnare, discernere e integrare tutti coloro che, «in mezzo alla complessità concreta dei limiti» (Al 303), chiedono l’abbraccio della Chiesa, continua a rappresentare la prospettiva pastorale di Francesco. La verità e lo splendore della differenza sessuale ribadita nel discorso rivolto giovedì all’assemblea plenaria della Pontificia accademia per la vita, è del tutto coerente rispetto al primato della misericordia di cui è intessuta tutta l’esortazione postsinodale sulla famiglia e tanti altri interventi del suo pontificato.

Perché non c’è contrapposizione? Perché al centro rimane quella che Francesco ha chiamato «alleanza generativa dell’uomo e della donna», quel patto che costruisce e rinnova la storia, che rappresenta le radici e il futuro di tutti. Negare questa evidenza non vuol dire soltanto ignorare che la cifra nuziale accompagna e dà senso a tutta la narrazione biblica, ma rappresenta, anche sul piano antropologico, una «intimidazione esercitata nei confronti della generazione della vita umana». Un’ipoteca nichilista da cui non solo bisogna guardarsi, ma che va condannata con fermezza.

Quanto è grave quella che il Papa – senza mai accennare esplicitamente alle cosiddette 'teorie del gender – ha chiamato «ipotesi recentemente avanzata»? A Francesco non sfugge che in quel complesso arcipelago definito appunto 'teorie del gender' ci sono, insieme a congetture farneticanti e pericolose – alla Judith Butler per intenderci – anche istanze rispettabili, come quelle che si propongono di superare i modelli negativi che per decenni hanno ingessato, e quindi impoverito, i ruoli del maschile e del femminile. Il Papa lo dice senza timore, chiedendo di «riconoscere onestamente i ritardi e le mancanze» anche da parte della Chiesa, come le «forme di subordinazione che hanno segnato tristemente la storia delle donne».

Nei gender studies si ritrovano anche questi auspici. Altrettanta fermezza però per sottolineare che l’«utopia del neutro» – che è un po’ l’idea forte del pensiero debole – nega la dignità della costituzione sessualmente differente e quindi rappresenta un ostacolo in quel processo di rinnovamento dell’identità e della differenza, fondamento della civiltà umana o, come ha detto il Papa, dell’«umanesimo planetario».

Quell’utopia però, nell’ultimo ventennio, si è dilatata, è entrata nel modo di pensare, ha contribuito a diffondere modelli familiari alternativi (monogamia seriale, contratti a tempo, relazioni allargate, coppie dello stesso sesso), ha addirittura ispirato legislazioni, regolamenti comunali, programmi scolastici. Con le conseguenze disastrose che sono sotto gli occhi di tutti e che il nostro giornale ha puntualmente sottolineato. Nulla come quello che definiamo gender, consapevoli dell’approssimazione lessicale, intercetta bene il senso di provvisorietà, l’insicurezza, la paura, la precarietà diffusa che impregna la nostra epoca.

La cultura dell’effimero ha invaso il dato di natura – il maschile e il femminile – e ha preteso di stravolgerne il quadro concettuale in nome di una libertà senza confini. Una rivoluzione triste che ha prodotto sofferenza e diffuso vulnerabilità in chi si è illuso di aver toccato nuove vette di felicità solo immaginando di superare il binarismo uomo-donna. Certo, i percorsi di costruzione dell’identità sessuale presentano una complessità tale da rendere impossibile definirli con qualche pretesa di esaustività in queste poche righe. E la scienza non ci ha ancora spiegato in modo definitivo e concorde quanto la persona omosessuale o trasgender sia condizionata nel suo specifico orientamento da dati di natura o di cultura.

Ma l’accoglienza e l’accompagnamento – se richiesto – di tutte queste situazioni con l’abbraccio della misericordia e lo sguardo del rispetto, non impedisce al Papa di sottolineare il rischio di «tecniche e pratiche» finalizzate a rendere irrilevante la bellezza della differenza. Non si tratta di un giudizio morale sugli stili di vita delle persone, proprio perché non sappiamo quanta consapevolezza e quali margini di autonomia ci siano o ci siano stati in quelle scelte. Ma di una valutazione di ampio respiro culturale, destinata a ricordare che l’accompagnamento della vita, compresi limiti e fragilità, «è lavoro di discernimento e di intelligenza d’amore».

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