domenica 19 novembre 2017

Caro direttore,
«Volevo parlare con te!». Sguardo basso, discreto italiano parlato, è un ragazzo di poco più di vent’anni rifugiato che viene dall’Africa centrale. Ci sediamo, mi vengono nella mente le domande di rito che rivelano però sempre una specie di nascosta e irrispettosa superiorità: «Di che cosa hai bisogno? In che cosa posso esserti d’aiuto?». Faccio uno sforzo, ritorno sulla sua richiesta iniziale, cerco di mettermi nei suoi panni, mi accorgo che non mi viene naturale nonostante sia una scena che vivo più volte al giorno, torno a guardare il suo viso e questo sguardo sempre basso. Ecco la domanda giusta!

«Di cosa mi volevi parlare?». Una domanda che cerca di non trattarlo come destinatario di un intervento sociale, ma che aspirerebbe a restituirgli la sua dignità di persona, di interlocutore. La testa si solleva, ecco quegli occhi neri che guardano lontano: «La mia mamma è malata deve andare a farsi curare in Senegal, hanno chiesto a me se posso aiutarla, io che vivo in Europa. Ma io qui vivo in una casa abbandonata nella periferia di Roma. Ho un lavoro occasionale...».

Silenzio! In poche parole tratteggia non il suo bisogno ma la sua storia: un giovane senza un Paese in cui tornare, con una casa di fortuna, senza lavoro, sulle spalle un debito pagato agli scafisti per compiere il lungo viaggio, un tempo passato nella Libia degli orrori e le aspettative di una 'famiglia allargata' nel proprio Paese di provenienza che conta su di lui. È la storia di tante persone con un permesso di soggiorno per protezione internazionale, la storia di tanti migranti regolari o irregolari o divenuti tali, che vivono in povertà. Ma il discorso si può estendere a tanti italiani, la povertà non ha cittadinanza, ma volti e storie.

Anche per questo è scandaloso tentare di accendere in ogni modo 'guerre tra poveri'. Ci ricorda papa Francesco per la Giornata mondiale dei poveri: «Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporaneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione [...] La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata!».

Oggi forse più che in passato, e nella nostra Europa più che altrove, sembra non avere diritto di cittadinanza il povero, ancora di più se straniero. Esce dalle politiche degli Stati, fa paura, lo si considera come poco decoroso e da allontanare dalla vista, lo si tratta persino come un 'rivale' per quelle poche risorse che vengono messe a disposizione per restituire dignità alle persone. È in questo contesto che papa Francesco lancia la prima Giornata mondiale dei poveri. I poveri divengono i protagonisti di un cambio di rotta, l’incontro con loro, carne di Cristo per un cristiano, ci dovrebbe portare a un cambio di stile, lo stile della povertà. «Povertà significa un cuore umile che sa accogliere la propria condizione di creatura limitata e peccatrice per superare la tentazione di onnipotenza. La povertà è un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obiettivo di vita e condizione per la felicità. È la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti».

Questa giornata possa veramente scuoterci dal nostro torpore e dal nostro silenzio spesso complice della cultura dello scarto e ci conduca sempre più a una condivisione fattiva perché «Dio ha creato il cielo e la terra per tutti; sono gli uomini, purtroppo, che hanno innalzato confini, mura e recinti, tradendo il dono originario destinato all’umanità senza alcuna esclusione».

*Sacerdote, presidente Centro Astalli - Servizio dei gesuiti per i rifugiati in Italia

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